Il Manoscritto dei Misteri

  • Scritto da Giovanna Esse il 01/07/2020 - 12:00
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Yale University, un giorno qualunque

  • È quello?

  • Sì, dottore. – disse lesta la guardia, per fingersi zelante; non capitava spesso di parlare col professor Corbett, uno dei cervelloni della Yale. Non che avesse la puzza al naso, anzi. A vederlo traversare i larghi corridoi, con gli immancabili libri tra le mani e la testa tra le nuvole, sembrava più un mentecatto che uno scienziato. Certamente non era uno che avesse qualcosa da spartire con una guardia giurata, di conseguenza: meglio approfittare di quel contatto per sembrare scrupoloso. Non si sa mai.

  • Che cosa ha detto di preciso? – chiese il tipo “stralunato”, ma stavolta fissò il guardiano con occhi freddi, acuti e assai attenti.

  • Beh… ha insistito parecchio; ha detto che deve tornare in Italia e che quello che ha notato è molto importante. – La guardia deglutì, sperando di non aver sbagliato a importunare Corbett – Ecco, signore, è stato molto caparbio; è qui dalle nove. Alla fine insisteva di riferirle quelle testuali parole: “E’ un film! Si legge come un film…”, ecco! Ha detto proprio così!

Corbett non ascoltava più l’altro, era concentrato sull’immagine nel piccolo monitor dell’interfono. La telecamera all’ingresso mostrava quel ragazzone, che si diceva italiano nonostante vestisse da perfetto, giovane, “yankee”. Probabilmente aveva fatto acquisti a New York.

Lo scienziato si decise; diede ordine di lasciarlo passare. Non era curioso, era certo che il giovane non avesse niente di importante da dire sul manoscritto. Però, nascosto sotto le lenti e i capelli arruffati, sepolto sotto i milioni di dati assorbiti negli ultimi trent’anni, c’era un “vecchio-giovane” romantico che serbava in cuore un’indimenticabile vacanza italiana.

  • Posso chiederle perché si è scaricato una copia del Voynich, giovanotto? – il professore fu diretto.

  • Perché amo i misteri, signore. Tutto ciò che non si conosce o è segreto, mi affascina.

  • E cosa intende quando definisce “il manoscritto”, un film?

Un giovane impacciato

L’ambiente era piccolo e spoglio, tanto da creare in Davide una leggera apprensione; aggiungeva disagio al timore di aver scomodato il luminare per una fesseria.

  • Gradisce del caffè? – disse Corbett in italiano fluente – il “nostro”, naturalmente… – aggiunse con tono deluso.

  • Grazie, sto bene – rispose il ragazzo.

– Mi dica, allora, che cosa l’ha spinta a cercarmi?

  • Parliamo in italiano? – chiese Davide ingenuamente, l’altro non rispose, con la mano lo invitò a proseguire.

  • Le dico sinceramente che adesso mi sento uno sciocco… veda, professore, sono uno studente di Architettura, in Italia. Un colpo di fortuna mi ha permesso di passare due mesi in America, ma non so niente di libri antichi… né di codici segreti. – l’altro non parlava, continuava a osservarlo, in attesa. Si sentiva, nella stanza, tutto il carisma del “personaggio” che lo studente aveva di fronte. Si era imbattuto nel famoso Manoscritto solo tre giorni prima, su internet, mentre cercava notizie di Corbett. Lui era l’autore del suo testo preferito, un saggio fondamentale sul simbolismo Gotico e Rinascimentale nell’Architettura Sacra europea. Davide cercò di spiegare tutto il preambolo a Corbett, che, invece, dava chiari segni di impazienza: voleva dei “fatti”! Quei fatti che, al povero giovane, sembravano sempre più inconsistenti…

  • Lei, prima ha parlato di un Film… che cosa intende? E questo che voglio sapere… mi spieghi solo da dove le viene quest’idea, ok?

Stupidaggini o no, era il momento di spifferare la sua intuizione; l’italiano doveva procedere.

  • Le dico cosa è capitato e cosa credo, d’accordo? Poi tolgo il disturbo, subito. – era fatta; stava per iniziare, quando un telefono interno iniziò a ronzare. Corbett ignorò la chiamata e fece di nuovo segno di procedere nel racconto.

  • Ho trovato il suo Blog, cercavo proprio notizie su di lei, sapevo che insegnava a Yale… poi mi sono imbattuto nel Voynich, che non conoscevo affatto. – ora Davide desiderava un po’ d’acqua, aveva la gola secca, ma non osò cambiare argomento. – Ho letto l’articolo; mi è sembrato strano che si potesse scaricare l’opera intera con tanta facilità…

Corbett sorrise: – Seicento anni di ricerche non hanno portato da nessuna parte, o quasi… deve capire: siamo disperati. Oggi, l’ipotesi che più piace a noi scienziati è che sia solo un gioco, l’opera di uno spiritoso, magari uno studente, come lei. L’uomo della strada non ama sentirsi sciocco, meglio credere in uno scherzo da prete… Si sentì bussare discretamente alla porta, il professore ne fu seccato ma si alzò e andò ad aprire. Era un giovane, gli riferì qualcosa a bassa voce e Corbett, per un attimo perplesso, rispose in inglese.

  • Ma perché? E’ da matti. Comunque, adesso sta bene? – l’altro dovette rispondere di sì. – Ok… richiamala, dille che se non se la sente di venire in Taxi la vai a prendere… non posso muovermi, adesso! - Il giovane non fece una piega, assentì e scomparve nel corridoio. Lo scienziato sembrava contrariato e rimase in piedi; un momento dopo si rivolse a Davide in maniera spiccia e diretta, invitandolo a venire al sodo.

  • Ecco… ho scaricato il PDF: è abbastanza pesante, ci è voluto un po’. Sono un tipo impaziente, premevo senza pensarci i tasti “up and down”. Andavo su e giù, meccanicamente, senza nemmeno farci caso… professor Corbett, io, il manoscritto in sé non l’ho quasi guardato! Quello che mi ha colpito, sono le pagine. – più parlava, più si rendeva conto di non avere quasi nulla da dire. Il suo interlocutore era sempre più seccato.

  • Facendo scorrere le pagine dall’alto verso il basso, ho avuto la netta sensazione di vedere qualcosa… una specie di segni, come una sequenza, sa, tipo cartone animato. – Davide cercava di essere il più chiaro possibile; appena terminato si sarebbe scusato, per poi “fuggire” in Italia, sperando che si fossero presto scordati di lui.

  • Pur non credendo ai mie occhi, ho cercato di fare maggiore attenzione… ma non si vedeva bene. Ho girato il PC, ribaltandolo su un lato, per vedere scorrere le pagine in orizzontale. Come sa, non è possibile intervenire sulla velocità dello scroll… quindi non so bene cosa ho visto… cioè, cosa ho creduto di vedere. Insomma, la mia netta sensazione e che, facendo passare le pagine una dopo l’altra, guardando da una certa distanza, si legge qualcosa… dei segni o delle lettere… un po’ come quegli scherzi ottici che si fanno con i foglietti di carta… Tipo Lanterne Cinesi o roba simile. – Davide concluse così, e non ebbe il coraggio di aggiungere altre idiozie.

Pioggia di pietre

Tamhal, il Sacerdote, aveva fallito. Ogni preghiera, ogni orazione segreta, il sangue di 50 vergini: niente aveva placato la collera del Dio Sole. Il Signore della Luce non si era svegliato per tutto il giorno. Il cielo era nero ma senza una stella.

Tamhal non volle tornare dal Re con la sua vergogna. Si gettò senza un grido nella pira ardente che lui stesso aveva allestito, sull’altopiano di pietra.

Lunghi, tremendi, attimi; impossibile misurarli, nonostante questo, tutta la vita del giovane Sacerdote, gli attraversò la mente… e intanto precipitava, cadeva nel fuoco ardente che coceva il volto dei presenti, anche a oltre cinque metri di distanza. Per l’ultima volta osservò la massa rossa sperando che il Serpente Alato, avesse pietà e gli donasse una fine senza troppe sofferenze.

Qualcosa colpì Tamhal, scaraventandolo lontano, come una biglia; l’uomo rotolò lungo il crinale della costruzione che, verso la base, diveniva sempre più scosceso: la sua caduta non vedeva fine. Le ossa colpivano le pietre aguzze della scalea, incrinandosi e spezzandosi.

Quando raggiunse il fondo della scarpata era poco più di uno “straccio” sanguinolento; il bruciore delle ferite sembrava lo stesso del fuoco dove stava per precipitare.

Intorno a lui, il rumore assordante di cento tuoni! Enormi massi cadevano fischiando sulla piana, facendo strage dei presenti, talmente esterrefatti da non cercare neanche una possibile via di fuga; paura e superstizione tenevano la gente bloccata nella morsa del terrore. Il macigno, che aveva colpito di striscio Tamhal, era poi sprofondato con forza nella grossa pira infuocata. Rami e tizzoni ardenti, erano schizzati lontano, attraversando, in certi casi, il corpo di qualche malcapitato e restando infissi, come frecce di fuoco, condannando la vittima a una sofferenza inaudita. Poi il Sacerdote perse i sensi e non vide più niente dell’ira del Dio.


“E il sole si fermò in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero, e la luna rimase al suo posto. Mentre fuggivano davanti a Israele ed erano alla discesa di Bet-Oron, il Signore fece cadere dal cielo su di loro delle grosse pietre fino ad Azeca, ed essi perirono: quelli che morirono per le pietre furono più numerosi di quelli che i figli d’Israele uccisero con la spada.”

Giosué, Terra di Canaan, 1393 B. C. – NdA

Dentro le pagine arcane

Davide sudava per l’emozione; sapeva di essere stato introdotto in un luogo segreto, un santuario della Scienza. Corbett non lo aveva messo alla porta, con “tanti saluti”, trattandolo come era certo di sembrare: il solito ignorante da giornaletto dei Misteri. Al contrario, si era ritrovato con tanto di “pass” Vip, ad attraversare i corridoi semi-deserti della biblioteca sotterranea, un’ala, già quella, del tutto interdetta alla gente comune.

Entrarono, poi in una piccola sala, senza sedie e abbastanza spoglia. C’era un tavolo alto con due PC da consultare in piedi, e, dentro una specie di frigorifero con la porta di vetro, illuminato da una tenue luce azzurrina, un grosso tomo, senza copertina e senza indicazioni. Molte pagine sporgevano dalla risma, segno che il libro non era stato mai rifilato. Davide si sentì indegno… il solo “incontrare” un libro originale di oltre seicento anni fa, era un’emozione che non avrebbe mai scordato.

Corbett non parlava; mise in moto i computer. Su una parete, del tutto inglobato nell’arredamento, uno schermo gigante si accese. Poco dopo si aprì la classica schermata con infinite cartelle e sottocartelle, accuratamente catalogate. Il professore iniziò una ricerca, stavolta parlava in inglese:

  • Nel manoscritto originale ci sono delle tavole. Sono redatte su enormi pergamene, intere, una cosa inusuale per l’epoca e, apparentemente, senza spiegazione.

  • Le ho viste – si permise di intervenire il ragazzo – sono quelle che “stridono” col mio “scrolling”.

  • Ora stia molto attento – disse Corbett, ignorando le sue parole – Circa quindici anni fa abbiamo girato questo filmato, con l’ausilio di tecnici esperti di “ripresa singola”; la tecnica dei cartoon, per capirci.

Il filmato che comparve sullo schermo mostrava un Corbett assai più giovane che spiegava come si sarebbe svolto l’esperimento, poi la ripresa ritrasse le grandi pergamene con le immagini degli strani rosoni. L’operatore aveva inquadrato al centro dello schermo le singole immagini; all’improvviso la prima iniziò a ruotare. Raggiunta una certa velocità, la ripresa passava in primo piano, selezionando una specie di spicchio visuale.

Davide non credeva ai suoi occhi… le figure, adesso avevano un senso e si muovevano, come in una specie di breve video che si ripeteva all’infinito.

Qualcuno bussò alla porta e, senza indugiare, la spalancò. Davide si convinse ancora di più che quella giornata sarebbe stata memorabile: inquadrata nel rettangolo della porta c’era una stupefacente figura femminile. I lineamenti della ragazza, sicuramente europea, avevano però qualcosa di asiatico, come gli occhi lievemente a mandorla di un notevole verde oliva. Era bellissima.

La donna lo ignorò del tutto, affrettandosi, invece, ad abbracciare Corbett, che accettò la stretta ma con un certo disagio

Gli artistici medaglioni inseriti nel Manoscritto, quindi, se fatti girare in modo da raggiungere 25 fotogrammi per secondo, prendevano vita e rappresentavano dei piccoli brevissimi “video”. E questo, il professore, con un punto d’orgoglio, lo aveva già stabilito, molti anni prima… ma i “filmati”, così come il resto del Manoscritto, ancora una volta, non significavano niente o, meglio, non si capiva assolutamente cosa volessero nascondere.

Fecero una breve pausa per colazione e Davide fu invitato a restare; lui sprizzava felicità da tutti i pori, cercando di non darlo a vedere. Corbett lo presentò alla donna: si chiamava Claire Raven ed era un archeologo. La Raven aveva un contratto come ricercatrice con la Yale ma non aveva una Cattedra fissa, diciamo che era più un ospite ma di grande prestigio. Aveva una storia col professore, e non facevano nulla per nasconderlo, però gli fu presentata come… preziosa collaboratrice. Claire doveva avere trent’anni meno di Corbett e una decina più di Davide ma il giovane se ne invaghì a prima vista, cominciando a trovare il vecchio professore, sempre meno mitico e sempre più antipatico.

Alle 14 si ritirarono tutti nel laboratorio, compreso il giovane e solerte assistente, intravisto al mattino; si chiamava Dan. Toccò a Davide, stavolta con grande precisione, spiegare che cosa avesse notato davvero, scorrendo le pagine del manoscritto. Adesso non aveva più la sensazione di parlare a vanvera, al contrario, si sentì contagiato dall’attenzione e dall’intelligenza fuori del comune dei suoi interlocutori. Mentre parlava, veniva capito immediatamente e spesso anticipato; per il momento era Dan a manovrare i due computer per manipolare il testo digitalizzato, utilizzando programmi del tutto sconosciuti. Dan non ebbe bisogno di spiegazioni ulteriori e, per un attimo Davide, ebbe l’impressione che lui avesse origliato, ma poi attribuì tanta dimestichezza al fatto che, a sua volta, doveva essere uno scienziato, nonostante l’età. Iniziarono gli esperimenti veri e propri: effettivamente, a 25 fotogrammi al secondo, scansionati al quarzo, era molto forte la sensazione di vedere qualcosa. Abbozzi di immagini, tra le ombre formate dalle macchie dei testi e dalle macroscopiche figure. Tentarono varie combinazioni e diversi tipi di sfocatura o viraggio, senza incontrare però nessuna traccia significativa. Erano le 21 quando decisero di lasciar perdere e si accinsero a lasciare la sala, dove ormai l’aria pesante odorava di caffè.

Ora, l’italiano, credeva di comprendere le parole della strana confessione, fatta dal professore poco prima: “Il Manoscritto ci rende disperati…”. Nella pacata luce antibatterica del suo ripostiglio, il libro se ne stava innocuo, innocente. Non era il Graal; non era la pianta di Atlantide; non era nulla che si potesse confondere dietro la cortina fumosa del Mito. Gli scienziati ci sguazzavano negli altri misteri: oggi uno pubblicava una fesseria scaturita da indizi fittizi e teorie artefatte; domani, un altro Solone, teneva un giro di conferenze per denigrare l’opera del suo collega… chiacchiere, chiacchiere inutili sul nulla. Uno dei sistemi più pratici per far scaturire finanziamenti, e mantenere posti di prestigio, a spese dei “fedelissimi” della letteratura del mistero.

Del Voynich, invece, era rarissimo sentir parlare. Adesso per Davide era evidente l’interesse mai sopito e le spese che comportava detenere il manoscritto. Il libro c’era: bello, corposo, intatto… sembrava sfidarti apertamente. Per un momento s’immaginò di vederne l’artefice: un amanuense col corpo grasso, basso e beffardo, una specie di “Monaciello”, il tipico fantasma delle notti napoletane, se ne stava appollaiato sulla copertina e rideva, sfidandoti, ben conscio dei tuoi limiti.

  • E quindi uscimmo a riveder le stelle! – disse Davide un po’ triste, disponendosi a concludere la sua breve avventura… ma Corbett si voltò e lo fissò, probabilmente senza vederlo.

  • Stelle? Ragazzo… hai detto Stelle?! Stelle… ah ah – e per la prima volta il vecchio compassato sembrava un ragazzino dopo la sbronza: era felice. Scuoteva Davide con le mani e rideva, entusiasta – Puoi tornare domani, ragazzo?

Davide non capiva assolutamente niente ma fece cenno di sì, più spaventato che entusiasta. Claire lo fissò stranamente, con occhi di fiamma, tanto da metterlo a disagio, ma poi parlò, e con la sua deliziosa voce, espresse pensieri del tutto soavi, in netto contrasto con la fiammata di un attimo prima. Davide pensò che si era certo sbagliato ma anche che è vero: gli scienziati sono tutti un un po’ lunatici.

Il Figlio del Sole

Tamhal stava per morire. Era la seconda volta; ma questa sarebbe stata l’ultima e, in fondo, non gli dispiaceva neanche troppo. Sebbene sereno, era stanco e molto malato. Aveva sacrificato la vita al Figlio del Sole e l’aveva fatto con gioia. Considerava un privilegio aver ricevuto un compito tanto grande e onorevole, nonostante gli avesse bruciato letteralmente il corpo, riempiendolo di piaghe e facendogli sputare sangue a ogni accesso di tosse. Sorrise al nuovo giorno, mentre i suoi aiutanti lo portavano a spalla, verso l’ingresso del Tempio. Lo aiutarono a sedersi sullo scranno; intanto Hoczal, da solo, si accingeva a violare il meccanismo segreto, che sbloccava l’enorme pietra, all’ingresso del Sacello. Mentre aspettava si perse nei ricordi: erano passati dieci, incredibili, anni ed erano successe grandi cose.

Dopo il Giorno senza Sole e la Tempesta di Pietre, il Dio si era placato. Poi… poi Tamhal non poté che subire il suo destino misterioso. Chi, all’epoca, era sopravvissuto illeso, aiutava i feriti e si prendeva cura dei morti. Tamhal, acciaccato e malridotto, era pur sempre il Gran Sacerdote. In una barella lo portarono, tremanti, presso il Grande Uovo. Avevano pensato che solo il Serpente Piumato avrebbe potuto deporre un uovo così. Anche Tamhal era sconcertato; chi aveva visto, raccontò che l’oggetto era caduto dal cielo, ma lentamente. Alla fine, lo lasciarono solo appena venne la sera. Lo Sciamano non si reggeva in piedi e non poté scappare via. L’uovo era a pochi metri. Emanava un leggero ronzio ma non lo uccise.

Il giorno dopo Tamhal chiese da bere. Ci volle un po’, poi mandarono un bambino con della frutta e una brocca d’acqua. Nessuno era in grado di curarlo né di ricomporgli la frattura al femore; la gamba si era gonfiata. Il Sacerdote febbricitante perdeva sempre più spesso i sensi. Chiese a Hoczal, che allora era solo un ragazzo, di cercare degli unguenti nella sua capanna, anche se era quasi certo che non potesse capire.

La seconda notte avvenne un altro prodigio, e il mondo cambiò di nuovo. Il grande uovo si aprì e il suo interno era più luminoso. Nella luce si stagliò una figura: Tamhal credette che il delirio della febbre gli desse le visioni, non era così. L’essere lo vide e lo trascinò facilmente verso l’uovo di luce; era forte pur se di corporatura sottile; era alto il doppio del giovane indio; la sua testa era un ovale allungato e finiva quasi a punta. Al posto del naso due tagli sottili e simmetrici, gli occhi erano grandi, neri e traslucidi come lo spazio infinito. Il Figlio del Sole ribaltò l’ovulo sul sacerdote morente e Tamhal si perse in quella luce accecante.

Al mattino, era completamente guarito sebbene conservasse, sul corpo nudo, i segni delle ustioni. L’uovo era chiuso e del Dio non v’era traccia.

I suoi, vedendolo in forma lo venerarono come una divinità; mentre il piccolo Hoczal si rivelò più sveglio ed efficiente del previsto.

Quella notte il Figlio del Sole ricomparve a Tamhal e, da allora, cominciò a parlargli direttamente nella testa. Fu così che gli insegnò come costruire il Tempio più incredibile degli Olmechi, con la più grande Cripta mai inserita in una piramide. Fu il Figlio del Sole a fargli rivestire una vasca profonda di lunghe barre di metallo rosso; a far scorrere nella vasca l’acqua attraverso un complicato dedalo di canali di pietra. Sempre il Dio indicò a Tamhal la Grande Bolla di Sale, a più di trenta giorni di cammino. I guerrieri, obbedienti e timorosi, partirono per il viaggio nelle terre ignote di Nord Est e ritornarono, illesi, quasi tre mesi dopo, trasportando quintali di sale.

Solo allora, il Figlio del Sole, sembrò ritrovare vitalità. Abbandonò l’uovo in cui restava quasi sempre chiuso e si trasferì nel Tempio, appena terminato.

Le stanze del Dio erano sempre illuminate, anche di notte. Dall’acqua traeva la stessa energia del sole. L’Acqua Santa, nelle vasche, al centro delle camere, diventava verde appena si versava il sale e ribolliva di vapori che solo il Dio poteva inalare… per gli indigeni, respirare il cloruro di sodio, significava morte certa. Tamhal aveva cercato di cautelarsi al meglio, aveva resistito più di dieci anni. Ma tra poco sarebbe toccato al giovane Hoczal, suo successore, di assistere il Dio e di imparare le meraviglie dell’Universo.

Rapiti!

  • Portare fuori il Manoscritto non è impresa facile. – Disse Corbett, senza troppo entusiasmo, ma Claire lo rintuzzò, pur conservando la sua amabilità:

  • Dai Bill, non fare il “secchione” tu qui sei il Boss non l’ultima matricola… mica vorrai riempire mille scartoffie? – poi, rivolta al giovane che Davide aveva già incontrato – Il Centro Montaggi è vicino, l’amico di Allen è già allertato e preparerà le attrezzature occorrenti… non voglio vederti frustrato, magari nel giorno più importante della tua vita! -

Effettivamente si trattava di un libro, neanche troppo appetitoso per i collezionisti, l’interesse per il Voynich era puramente scientifico. Corbett era troppo eccitato per resistere.


Davide non respirava bene; si sentiva come quando, da piccolo aveva la febbre. Un suono sordo continuava a ronzargli in testa, finché non si svegliò del tutto. Le luci, intorno, erano soffuse, aveva freddo e le ossa intorpidite. Era semi-sdraiato su una poltroncina e bloccato; era imbrigliato per le spalle oltre che per il bacino. Le cinture del velivolo erano speciali e pur avendo le mani libere, non c’era modo di sganciarle. Tentò di spingere col corpo ma si accasciò per una fitta lancinante al petto. Il dolore lo liberò del tutto dal torpore, forse era stato drogato, ma adesso ricordava.

La donna del professore lo aveva invitato a restare a Yale, per la notte: poteva usare la sua stanza, mentre lei, come capitava spesso, avrebbe dormito con Corbett; ormai la loro relazione non era più un segreto.

La mattina dopo si mossero presto, col Voynich in uno speciale contenitore, un trolley in metallo, e coibentato. Usarono l’auto di Claire, un enorme SUV con lo scomparto bagagliaio difeso da una rete; forse la donna amava i cani. Davide sedette davanti al fianco di Claire; Dan dietro, con Corbett, che doveva usare il PC.

– Ci metto solo un secondo… – Claire, passando per il centro, s’infilò nel garage di una palazzina bassa, poi con uno sguardo complice a Corbett: – Devo ritirare delle analisi! – sorrise e sparì dietro il primo angolo, portandosi le chiavi. Ancora una volta Corbett dimostrava un profondo disagio ma non aggiunse una sola parola. Anche Davide si sentiva spaesato e fuori posto; aveva dormito male e, in fondo, adesso era in strettissimo contatto con dei perfetti sconosciuti.

Gridò di dolore: qualcosa lo aveva colpito con violenza al fianco; due mani robuste lo strinsero per le orecchie e, con gesto esperto, venne scaraventato sul pavimento del garage. Era buio, intravide stivaletti di tipo militare; alcune figure armate di mitragliette; avevano il volto coperto da passamontagna. Vide strattonare fuori anche Dan. Claire, invece, era tenuta bloccata, con le mani dietro la schiena, da un altro aggressore, presa, forse, mentre saliva le scale. Qualcosa punse Davide al collo… un attimo dopo, libero ma dolorante, si alzò e fece qualche passo; si sentiva stordito. Qualcuno lo indirizzò verso il portello posteriore del SUV, bastò una piccola spinta, cadde, andandosi a incastrare tra i corpi di Corbett e dello studente. Con l’ultimo guizzo di coscienza, vide avvicinarsi il volto angelico di Claire ma non ebbe il tempo per goderne.

Il piccolo aereo continuava la sua corsa verso l’ignoto; solo Davide era sconcertato. Corbett si era ripreso, sedeva silenzioso e cupo. Nella fila dietro, sedeva, nelle stesse condizioni di Davide, la povera Claire. Anch’ella era sveglia, muoveva misteriosamente le labbra ma senza emettere alcun suono… con uno sforzo Davide si puntellò sulle gambe per alzarsi un po’ e avere una visuale migliore. Ci mise un poco a capire ciò che vedeva; forse solo a casa della nonna aveva visto qualcosa di simile: la scienziata col SUV, che s’infilava, gaudente, nel letto di un vecchio, stava pregando. Lo sguardo fisso davanti a sé, con le dita continuava a sgranare un piccolo Rosario.

In fondo al velivolo c’era Dan, dormiva beato nella penombra. Dei terroristi, dei rapitori, chiunque fossero, non c’era traccia. E nemmeno del trolley col Manoscritto!

  • Hai poi ritirato le analisi, amore? – Corbett era a un posto da Davide, sebbene avesse parlato a voce bassa, il giovane lo senti. Anche Claire avrebbe dovuto sentire ma non rispose. – Beh, se mai sarai mamma dovrai cercarti un padre; vedi “amore” io sono sterile. – la ragazza non fece una grinza. Corbett continuò: – Questo vi mancava, vero? Avere un fratello chirurgo aiuta, a volte, a tenere segreti certi piccoli “incidenti” privati!

  • Ho bisogno del bagno! – disse Davide, quasi volesse far pressione sui due e rimarcare la sua estraneità al casino in cui lo avevano cacciato. Quelli nemmeno lo ascoltarono, invece dalla porticina che dava accesso alla fusoliera sbucò “qualcosa” che, del terrorista, non aveva nulla. Una donna, sui 50, minuta, asciutta, vestiva un tailleur grigio, sobrio, con la gonna sotto il ginocchio. – Non faccia sciocchezze – disse fredda al ragazzo, poi lo liberò e gli indicò il bagno.

Davide dovette arrangiarsi con la porta socchiusa, bevve pure, avidamente, era l’effetto del narcotico. Riuscì a dare una sbirciata dall’oblò e restò impietrito: era il tramonto, oltre il buio, inconfondibile e lontana, l’Isola di Capri. – Venga fuori. – lo incitò la donna, adesso in mano stringeva una piccola pistola argentata.

Passarono vicino a Dan, l’assistente era terreo, rigido, con le gambe in una posizione innaturale. – Non siamo in vacanza, si sieda – lo incalzò la donna, bloccandolo al sedile – Tra 15 minuti saremo a Pontecagnano. – disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Federico II, stupore del mondo!

I tre Pellegrini avanzavano con piglio deciso, quasi militaresco, attraverso gli stretti corridoi ricavati nelle mura della Fortezza. Col favore delle tenebre non sembravano più derelitti affaticati ma uomini decisi, dalla pelle bruciata dalla salmastra e i volti segnati dalle rughe dell’avventura.

Avevano partecipato al banchetto, quella sera: la presenza dell’Imperatore a San Nicandro, aveva eccitato gli animi, persino l’Abate, aveva bevuto il vino forte e corposo della Terra di Puglia. Ai pochi astemi era stato propinato un sidro speciale, analcolico, abilmente drogato (come il resto delle libagioni) ora tutti dormivano beati, anche i militi della guarnigione.

I tre si infilarono nella Cappella antica e spoglia; nonostante la luce fioca, intravidero subito l’obiettivo della loro incredibile missione. L’uomo era fermo, in piedi, davanti al piccolo altare di pietra, sembrava pregare ma nel suo atteggiamento non c’era sudditanza. I Pellegrini non fecero nulla per nascondere la loro presenza: l’uomo si voltò e quelli s’avvicinavano decisi. Si fronteggiarono per un attimo, poi i tre caddero su un sol ginocchio, mentre il più vecchio salutava l’Imperatore:

– Stupor Mundi! – disse a testa china, ma l’altro fu lesto a tirarlo su per le spalle.

– No, no, vi prego Gran Maestro, fratelli miei… alzatevi!

I Templari si rimisero in piedi; Federico li salutò stringendo loro le mani, poi abbracciò il Maestro come un padre e si commossero entrambi; pensavano, con amarezza, ai falsi atteggiamenti con cui dovevano mascherare i loro rapporti di stima e rispetto. Il Papato odiava ogni potere forte e genuino, specialmente se suffragato dal carisma sulle masse. La plebe doveva subire nel terrore, senza evolversi e senza entusiasmarsi!

Uno dei Cavalieri s’avvicinò a una panca, poggiandovi un piccolo marchingegno, con una rotella e delle lamelle d’ottone. Tirò una spoletta e la ruota iniziò a girare, imprimendo nelle lamine una vibrazione, da quel momento i loro discorsi erano protetti; nessuno avrebbe potuto spiarli.

– Sono poche le cose che possono sconvolgere un uomo saggio come il mio Maestro – cominciò Federico – vi prego, aggiornatemi su tanta meraviglia…

– I Testi trovati nel Tempio non mentivano, mio Signore: l’Altro Mondo esiste davvero, guardate voi stesso. – così dicendo, trasse da una tasca del mantello, dei fogli di pergamena e li stese, uno dopo l’altro, sul piano dell’altare, dove un grosso candelabro infondeva la luce più incisiva.

Davanti a Federico, scene incredibili si susseguirono lasciandolo di stucco. Genti abbigliate con vesti colorate e fogge mai vedute, le donne erano nude, dalla cintola in su; piante incredibili; uccelli e animali sconosciuti; alte piramidi e scalee infinite, dove folle indicibili si accalcavano ora per la festa, ora per la “pugna”. L’Imperatore era abbagliato e incredulo; il Maestro fece cenno ai confratelli di avvicinarsi:

– Marzio e Nicodemo sono vissuti in quei luoghi per tre anni, poi sono dovuti fuggire per salvare la vita e i segreti. – Prima di profferir parola, però, anche i due trassero dalle borse degli oggetti: nonostante la luce fievole, i manufatti abbagliarono Federico per la loro bellezza aliena e per lo splendore dell’oro e delle pietra preziose, le più grosse che l’Imperatore avesse mai veduto. Federico era abituato ai tesori ma quando ebbe tra le mani gli oggetti si stupì per il loro incredibile peso.

– Vi prego, Altezza, osservate questo disegno. – Nicodemo attirò l’attenzione sull’ultima, grande pergamena – Sembrava raffigurare una battaglia, il sangue dei vinti, scorreva copioso sulle ripide scalee, di una altissima Piramide. Dietro di essa, alcuni uomini ne circondavano un altro dai lineamenti strani: era alto il doppio degli altri, gli arti scheletrici e una testa ovale e glabra. L’essere aveva occhi enormi ma non aveva il naso.

– Ecco, Stupor Mundi, questo, probabilmente, è il tesoro più prezioso! – e indicò col dito lo strano personaggio in fuga. E’ a causa sua che gli Olmechi sono stati sterminati! Quei popoli di la del mare non combattevano per l’oro ma per impadronirsi del Figlio del Sole!

L’imperatore, turbato ma curioso, lo incalzò, voleva sapere di più. – Si, Federico, quell’essere misterioso è venuto dalle Stelle, – intervenne il Gran Maestro – viveva protetto da quel popolo, gli Olmechi. Un solo Sacerdote se ne prende cura, un solo Sacerdote alla volta, da oltre 2000 anni!

  • Che razza di follie mi state propinando, insomma? – l’Imperatore ebbe uno scatto, dopo tutto non era un bifolco di campagna. I tre abbassarono la testa per deferenza ma il Maestro continuò, anche se con voce più sommessa.

  • Preferirei che la lingua mi fosse mozzata piuttosto che mentire al mio Imperatore. – poi alzò gli occhi e fissò Federico, era raggiante e non lo nascondeva – A poche leghe, in una casa sicura, il Figlio del Sole e il suo Sacerdote, sono stati salvati: ora sono sotto la protezione e il dominio di Federico.

L’altro non tentò neppure di nascondere la sua goduria


Federico II si prese cura del misterioso personaggio che il popolo dell’Altro Mondo aveva chiamato: Figlio del Sole. Mai nome fu meno appropriato, però: l’essere era magro come una mantide, nonostante fosse alto oltre due metri. Visto da vicino ricordava più un insetto che un animale. La grande testa, ovale e liscia, lo faceva assomigliare a una formica; tra l’altro, sopra i grandi occhi, aveva delle piccolissime antenne, che si muovevano seguendo l’oggetto della sua attenzione. Il suo assistente Olmeco, era un indigeno di bassa statura e dal viso nobile, di nome Fatu.

Era il settantaquattresimo “Servo del sole”, il titolo che spettava agli speciali sacerdoti, che si tramandavano, l’un l’altro, l’alto incarico. Era così dai tempi di Tamhal. I Servi, venivano scelti fin da ragazzi e vivevano solo per servire il Tam, in cambio, Lui entrava nella loro mente e li metteva al corrente di Misteri, riguardanti lo Spazio ed il Tempo che, presto, agivano sulla loro mente facendogli perdere ogni interesse per la vita mondana. Quando il Sacerdote non era impegnato con il Tam, o non dirigeva lavori per la comunità, si appartava in meditazione, per prepararsi al viaggio Astrale che lo attendeva dopo la vita e, rispetto al quale non aveva più alcuna titubanza. Avevano vita breve; frequentare Tam, nel suo ambiente ipogeo, li debilitava; aggrediva la pelle e i loro organi interni ma essi vivevano e morivano sereni.

La lampada inutile

Davide era sul punto di cadere nella trappola mortale dello sfinimento. Il malcapitato ragazzo italiano sarebbe stato la seconda vittima di quella incredibile serie di eventi. Non ne conosceva i motivi ma, adesso, intravvedeva la “fine”. L’ambiente in cui era stato scaraventato da un po’ aiutava; sembrava una grotta. Dal fievole bagliore, che proveniva da una lampada lontana, era evidente che la cella era scavata nel tufo. La grata che lo teneva prigioniero era antica, il ferro dolce era sfaldato dalla ruggine. Solo il lucchetto era nuovo, e d’acciaio. Dopo l’atterraggio, era stato di nuovo drogato e caricato, come un ubriaco, su un grosso elicottero bianco. Forse portava lo stemma della Croce Rossa ma lui era troppo malridotto per esserne sicuro.

Anche Corbett aveva ricevuto lo stesso trattamento ma, al contrario del giovane, sembrava molto più presente a se stesso, pur se provato dai maltrattamenti.

– Mi dispiace molto, ragazzo. – disse Corbett con un fil di voce – Sei capitato nel posto sbagliato… – lo scienziato, più che addolorato, sembrava sarcastico, come se la situazione, nonostante tutto, gli sembrasse ridicola. Poi agguantò il giovane per la manica e tirò lentamente verso sé, per invogliarlo a mettersi seduto.

– Ma perché… cosa… – disse Davide, quasi piagnucolando per gli choc a cui era stato sottoposto.

– Meno ne sai meglio è, credimi. – poi, gli si avvicinò all’orecchio: – Cerca di raccogliere le forze, – bisbigliò – se usciremo da qui, se ti capita l’occasione, devi provare a scappare; è la tua unica speranza. Ricorda: devi sempre salire, mai scendere, capito? Salire! Siamo nelle viscere di Roma.

Un rumore di passi fece tacere il professore, due carcerieri si accostarono alla grata e l’aprirono. Uno, aveva una pistola infilata nella fondina che portava alla cintola; entrambi avevano in mano dei manganelli neri di tipo militare, sicuramente con l’anima di piombo.

– Uscite, presto! – intimò una vocina sottile e del tutto stridente con la situazione drammatica. Mentre Corbett lo aiutava a rimettersi in piedi, Davide guardò in basso e rimase stupito: i “carcerieri” erano donne, vestite in tailleur monacali e castigati. Avevano le gambe nude e calzavano Chanel a mezzo tacco di pregevole fattura.

I due uomini non opposero nessuna resistenza. A pochi metri dal corridoio che attraversarono, c’era una sala ampia e buia. Pochi metri dopo, vennero indirizzati verso una scaletta di ferro che portava a una piccola porta, dipinta di bianco. Corbett cercò di penetrare il buio con lo sguardo: la Catacomba continuava, perdendosi nei sotterranei della Città Eterna.

Furono spinti in una saletta spoglia. Un tavolo e due panche, tutto fissato al pavimento, per non rischiare che la “ferraglia” si trasformasse in armi improprie. Sul tavolo, del latte e alcuni bicchieri di plastica; in un piatto, biscotti secchi. Le due carceriere entrarono e invitarono i due a consumare velocemente un pasto frugale. Mentre si rifocillavano, la porta si aprì ed entrò Claire. Alle sue spalle un uomo bassino: era vestito di scuro e aveva un aspetto insignificante.

  • Futura mamma o puttana? Dovresti deciderti, Claire… – iniziò a dire Corbett, con la bocca impastata di cibo. La sua “battuta” terminò in un rantolo, la donna alle sue spalle lo aveva colpito prontamente al fianco, spezzandogli il respiro.

Davide era talmente sorpreso che non riuscì a restare zitto: – Ma, ma lei, tu…

Claire alzò di scatto la mano è riuscì a fermare appena in tempo l’aguzzina, pronta a colpire, con altrettanta determinazione, anche il giovane l’italiano.


  • Bene, Abel – disse Claire, mentre venivano scortati attraverso un angusto corridoio – non voglio offendere la tua intelligenza, non sono chi hai creduto… ma il mio nome è veramente Claire. – il professore sembrava invecchiato, forse per la stanchezza e, probabilmente, per la delusione. Attraverso un’altra di quelle piccole porte, arrivarono ad una cavità enorme, se ne vedeva solo il soffitto. Gli ambienti erano divisi da vecchi mobili e scaffalature; c’era praticamente di tutto, dai libri agli alambicchi, dai PC a sofisticati mezzi di scansione; l’aria secca era pervasa da un ronzio, certo un impianto notevole di deumidificazione. Un paio di svolte in quel labirinto, poi entrarono in una grande costruzione, ricavata tutta in cristallo, compreso il tetto.

– Ora assisteremo ad un incontro storico – disse lo strano tipo che si era unito al gruppo; l’uomo aveva un volto anonimo, era vestito da prete ma aveva uno sguardo freddo e indecifrabile e gli occhi neri come la pece.

– Monsignore è il nostro capo – disse Claire, stranamente deferente – il suo nome non vi direbbe niente… né vi servirebbe a capire chi siamo.

– Hai ragione – intervenne amaro Corbett – non ci servirebbe a niente, visto che ci avete già condannati!

– Silenzio! – disse il prete, autoritario – Dovremmo essere tra studiosi, no? – ma poi atteggiò la bocca a un sorriso malevolo. Claire intervenne per ricordare a tutti il motivo di quella riunione. “Probabilmente,” pensò Davide, “tra tante menzogne, è veramente un’archeologa.”

– Il Manoscritto – iniziò Claire – è stato redatto molto prima di quanto si pensi, nel 1239, da un amanuense, Aspreno, per altro del tutto sconosciuto alla storia, e il committente del libro fu l’imperatore Federico II. “Noi” – e probabilmente si riferiva alla Chiesa – conosciamo bene l’origine del libro… ma celava il suo mistero da troppo tempo, perché lo ritenessimo pericoloso. In pratica, avevamo un po’ abbassato la guardia. Se l’opera non aveva rappresentato un pericolo per 800 anni, probabilmente poteva rimanere dov’era restando un crivello per gli esperti del settore.

– Perché diavolo sei venuta da me, allora? Cosa cercavi a Yale? – il professore probabilmente non digeriva ancora l’inganno. Quando Claire rispose, la sua voce era fredda, quasi sprezzante; non lo aveva mai amato, era lampante.

– È molto semplice: tutto è partito dalla tua idea di rendere il Voynich fruibile integralmente, sul web.

– Un’azione infantile – disse l’ometto divertito – cosa sperava? Che una persona qualunque… un appassionato di misteri da fumetto, lo decifrasse come per incanto?

– Beh… non sbagliavo di molto, visto i crimini di cui vi state macchiando, semplicemente perché Davide mi ha cercato, a Yale… – disse Corbett, provocando la stizza dei presenti.

– Non è solo questo. – rispose acida Claire – Tra i nostri esperti, qualcun’altro ha scorso il Manoscritto ed ha riconosciuto, nelle pagine finali, uno strumento conservato nella parte più recondita e inaccessibile della Biblioteca Vaticana; un manufatto di forma cilindrica di cui non si è mai compreso l’utilizzo, denominato: la Lampada inutile. Intanto, una delle guardiane, trascinava, al centro della stanza, una gruetta da officina. Appeso al gancio, una specie di cilindro nero.

– Questo strano oggetto, giace da secoli nel deposito, praticamente dimenticato. – disse il prete – Poi, l’occhio acuto della nostra insostituibile Claire rimase colpito da una figura del Voynich. Per puro caso, risistemando dei reperti, aveva avuto modo di avere tra le mani la Lampada oscura… ma continua tu, mia cara.

– Credo ci sia poco da spiegare, Monsignore, il professor Corbett ha individuato dove ha già visto una “lampada” come quella, giusto? – Chiese lei lanciando uno sguardo di sfuggita in direzione di lui.

  • Mio Dio! – disse questi, incredulo; l’aveva notato subito. Era lo stesso disegnato minuziosamente sul lato esterno di molte pagine del Manoscritto. – Pensavamo fossero vasi da Speziale ma io non ne sono mai stato convinto: perché disegnarli con cura senza indicare cosa avrebbero potuto contenere?

  • Quando l’abbiamo studiato, dopo secoli di abbandono, comprendemmo molto sul funzionamento della Lampada. Era stata etichettata come “inutile” perchè, chi la studiò, non aveva alcuna conoscenza della tecnologia che le permetteva di funzionare. Lo stesso appellativo di “Lampada” dovette essere collegato più a un sentito dire, che a una reale comprensione del reperto. – era ancora Claire, a spiegare tutto. Corbett pensò che per loro, forse, c’era ancora una speranza di avere il tempo necessario per tentare di fuggire. Se gli raccontavano tutte quelle cose era per due motivi: uno, volevano servirsi del suo aiuto e della sua esperienza e, due, erano certamente convinti che sia lui che Davide, non sarebbero mai usciti dai sotterranei del Vaticano, perlomeno non da vivi.

Senza memoria.

Era notte fonda quando Davide e il Professore scesero da un Taxi, davanti alla Stazione di Piazza del Popolo. Il lungo budello, elegantemente illuminato, ma completamente deserto di via del Corso, era proprio di fronte a loro. I due erano provati, spossati ma inequivocabilmente vivi. L’auto ripartì senza che il conducente richiedesse alcun compenso. Sedettero su una panchina di marmo, cercando di riordinare i propri pensieri:

– Capisce professore, siamo qui, a Roma, liberi come l’aria! – disse Davide incredulo, mezz’ora prima si era sentito un eroe innocente, condannato da una setta di monache pazze, di cui non aveva mai sospettato l’esistenza. – Non ci hanno torto neppure un capello… incredibile!

Corbett lo ascoltava probabilmente, ma non condivideva la sua enfasi; forse la stanchezza aveva fiaccato maggiormente le energie dell’anziano luminare.

– Avevamo ragione, ha visto? – sorrise Davide, mentre cercava di ricostruire gli eventi: grazie alla Lampada meravigliosa, alimentata dall’acetilene è possibile sia interpretare il linguaggio che scoprire i progetti nascosti nei grandi disegni! Sono ancora esterrefatto. L’essere misterioso, ha istruito lui stesso l’amanuense, per creare un codice illeggibile a chiunque, tranne che a Federico II… m’immagino l’emozione dell’Imperatore. Chi l’avrebbe mai pensato? Una storia iniziata migliaia di anni or sono tra gli Olmechi, termina nella piccola Italia, dall’altra parte del mondo, nientemeno che a Castel del Monte: una costruzione misteriosa di cui nessuno era mai riuscito a comprendere lo scopo… e come avrebbero potuto?

Lontano, dopo aver sorvegliato, sorniona, l’Altare della Patria, un’auto della Polizia imboccò via del Corso, procedendo lentamente. Gli agenti, stressati, aspettavano di riempire, pacificamente, l’ultima mezz’ora del loro turno.

– Il progetto non poteva somigliare ad altri… era unico. Una costruzione dedicata totalmente all’essere venuto dallo spazio… una costruzione fatta per diventare, in parte, una spettacolare piscina calda, piena di cloruro di sodio… e poi ha visto, professore, tutto lo studio per tentare di mettere incinta una donna umana? Spettacolare: mille anni fa, quell’essere, trattava i cromosomi e l’anatomia in un modo che ancora oggi sembra stupefacente… – Davide si diede una calmata. – Eh, professore, questa è una scoperta sensazionale, e certo la gloria sarà tutta sua… però la prego, dia una chance pure a me, mi permetta di farmi un po’ di pubblicità. Incrociò lo sguardo di Corbett e iniziò a ridere, finalmente la tensione si scaricava, dopo quella incredibile serie di eventi. Anche il professore gli sorrise; stranamente Davide non gli riconobbe lo sguardo acuto che aveva sempre nascosto negli occhi vispi. Certo la stanchezza stava avendo la meglio sul professore, e anche su Davide stesso. Non vedeva l’ora di trovare un letto, finalmente, e farsi una spettacolare dormita…

– Non si scordi di me, mi raccomando! – aggiunse il giovane, sempre sorridendo, di una gaiezza un po’eccessiva. – Davide Sa…, Sa… – il ragazzo cominciò a ridere di se stesso – Ma come è possibile? Adesso mi scordo persino il mio cognome?

– Ehi, amico, per caso tu sai come mi chiamo? – e rideva come uno sciocco, mentre la sua mente vagava su una strana serie di ricordi, che si mescolavano come carte da gioco nella sua memoria allucinata… il giovane provò paura e una grande sensazione di vuoto. Non ricordava più niente: cosa ci faceva nella notte su una panchina; dove si trovava; chi era quel vecchio sconosciuto accanto a lui? Un lieve fastidio al braccio lo costrinse a guardare: al centro dell’avambraccio, il segno rosso di una puntura che andava sbiadendo… anche l’altro, quello che sembrava un vecchio scemo, aveva un segno così.

I due sorridevano come due ebeti, senza ricordi e senza identità. Quando i poliziotti si avvicinarono per un controllo, non seppero rispondere a nessuna delle facili domande rivolte loro dagli agenti.

Post fazione:

1465, Anchiano.

*- Pazzo… pazzo! – urlava la donna, mentre il marito sedeva bonario con l’immancabile caraffa di Chianti, a portata di mano; lui era solo un osservatore esterno, come sempre. Caterina, invece, inveiva contro il Signore, questi la lasciò sfogare prima di comunicarle le sue decisioni. – Ed io più sciocca di voi: lasciare il ragazzo a studiare dal vecchio squinternato, quello che tutti prendono in giro… l’ultimo Templare delle mie babbucce!

  • Adesso calmati! – disse l’uomo che non era mai riuscito a nascondere l’amore profondo che aveva provato per lei. – Non ti preoccupare di niente. Gli inquisitori arriveranno solo domani pomeriggio; si occuperanno loro della salma e di tutto il resto, compreso il “diavolo mostruoso” nella sua cantina. Sciocche superstizioni da contadini. Probabilmente si tratta solo di un animale impagliato… Tranquilla, il ragazzo adesso è già a Vinci e domani, prima dell’alba, sarà in viaggio per Firenze. Se Dio vuole resteremo del tutto estranei a questa maledetta faccenda…*

© - Giovanna Esse e Pakal, 2015 - 2020

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