Il sottomesso. Anche mia moglie mi rompe - 6

  • Scritto da Giovanna Esse il 23/06/2020 - 12:00
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Per tutto il tragitto non dicemmo una sola parola ... eravamo ritornati al rapporto di sempre e lo zio sembrava ignorarmi, come il solito.
Ma arrivati davanti alla sbarra del vialetto della fattoria, lo zio si fermò e lasciò che scendessi subito ad aprire, compito che toccava, tacitamente, a noi ragazzi.
Mi fermò per il braccio:

  • Aspetta un momento - mi disse - resta qua! – Non accese le luci questa volta ... ma spense l’auto.
    La fattoria era lontana ancora qualche centinaio di metri. Non capivo cosa volesse quando lo sentii armeggiare con le dita sulla cerniera dei miei pantaloni. Mi fece capire che voleva li abbassassi e lo aiutai, per non contrariarlo.
    Il mio pene era barzotto, non duro, ma nemmeno piccolo; dopotutto ero un giovanotto ormai, e l’arrapamento non passava finché non mi rilassavo, in un modo o nell’altro.
    Lo sperma versato nel sedere bruciante era ancora troppo presente, troppo vivo, perché perdessi del tutto la mia eccitazione.
    Sorprendendomi come mai avrei creduto, il vecchio si abbasso sul mio cazzo e, senza cerimonie, lo succhiò tra le labbra.
    Grossolanamente, ma senza incertezze, lo zio mi stava facendo il primo pompino della mia vita. Non so dire se fosse bravo, fu diverso da tutti gli altri, ricevuti poi da altre persone, soprattutto da Frida, mia moglie.
    Lo zio mi spompinava con appetito, con le labbra grosse e carnose mi costeggiava l’asta, andando su e giù, implacabile.
    Non lo faceva uscire mai dalla bocca, lo imboccava e se lo succhiava di continuo, come suggesse un’ostrica dal guscio.
    Sentivo il respiro affannoso che soffiava dal naso e, in qualche caso, il rumore della bocca che pompava. Il bocchino durò solo pochi minuti, ero troppo pronto a esplodere e lui troppo implacabile nel succhiarmi il cazzo.
    Quando lo zio capì che ero pronto, mi prese in mano i coglioni, poi continuò l’opera di pompaggio.
    Quando il liquido seminale, a lungo trattenuto, sgorgò copiosamente, il ritmo del pompino non cambiò.
    Lo zio ricevette l’eiaculazione in bocca senza colpo ferire, come se nemmeno si accorgesse che stavo venendo ... pompava e succhiava, senza fermarsi.
    Il mio corpo si ribellava scalciando per il troppo piacere.
    Mi muovevo sul seggiolino, credendo di non resistere al piacere di quel contatto orale sul glande scoperto. Ma lo zio non mollava ... su e giù, costantemente e succhiando sempre, finché il cazzo non divenne moscio e finché l’ultima goccia di sborra non venne bevuta dalla sua bocca avida.
  • Vai, adesso – mentre si puliva le labbra col dorso della mano.
    Dopo poco rientrammo in casa; intimandomi il silenzio, mio zio mi salutò con una pacca sulla spalla.
    La mattina, dopo una dormita memorabile, trovai diecimila lire sotto il cuscino.
    “ Ecco, pensai, trattato proprio come una puttana! ”
    Dopo essermi stiracchiato con un sorriso malizioso sulle labbra, corsi in bagno e per prima cosa me lo feci in mano, guardandomi il sedere allo specchio, che ancora portava i segni rossi delle dita forti dello zio.

Questa è la prima confessione che ho fatto a Frida riguardo alla mia gioventù, quando avevo scoperto di provare piacere e vergogna allo stesso tempo a essere usato, umiliato e femminilizzato.
Le dissi che odiavo questa mia caratteristica, ma che ne ero anche schiavo e, nei periodi di astinenza, il desiderio mi rodeva dentro come un fuoco che non si spegne.
Mia moglie non si scompose ... nelle notti successive, quando si poteva, volle sapere tutto nei minimi particolari. In genere si stendeva al mio fianco e mi eccitava tenendomelo in mano: essendo su di giri parlavo con scioltezza e piacere, finché, in un modo o nell’altro, lei mi faceva eiaculare per la goduria e il coinvolgimento.
Una sera che aveva lasciato la bambina dalla nonna, mi disse di prepararmi a una notte speciale e a vestirmi di conseguenza.
Mi gettò sul divano degli indumenti intimi femminili, nuovi, comprati apposta della mia misura. Restai di stucco, anche per la freddezza con cui mi aveva appena trattato.

  • Che cosa mi fai? – dissi con voce indecisa, ma lei mi zittì.
  • Taci – disse – da adesso le cose cambiano, caro. Io sono la Padrona, tu il mio sottoposto ... Io decido, tu obbedisci; io sono libera, tu sei schiavo, anzi – disse – con un sorrisetto malizioso – Schiava e troia! – Si allontanò senza degnarmi di uno sguardo e aggiunse:
  • Preparati in fretta, sgualdrina! – Restai sul divano allibito, ma intanto, il subdolo meccanismo del piacere proibito s’impossessava di me ... non avrei saputo né voluto ribellarmi. E mentre mi vestivo da prostituta, un’eccitazione sordida s’impossessava di ogni mio poro. Il calore mi salì alle tempie, mentre cercavo di immaginare il mio destino. Quella notte Frida mi fece capire subito quanto duro e pesante, sarebbe stato il mio percorso e quanto terribile e perfida sarebbe stata lei, come mia aguzzina. Quando fui pronto, mi aspettavo in un modo o nell’altro di fare sesso con lei, invece mi stupì, mentre in camera indossava una tuta nera di latex. Senza nemmeno guardarmi mi porse un bicchiere e disse:
  • Vai in cucina a masturbarti e vieni nel bicchiere. Appena hai finito, torna qui ... col bicchiere, naturalmente! – Mi smontò, mi fece sentire ridicolo in corsetto e reggicalze, con le scarpe col tacco, nere, mi sentivo inutile e pieno di vergogna a girare da solo per casa in quello stato. In piedi, come un miserabile, vicino al tavolo della cucina, chiusi gli occhi e feci del mio meglio per eccitarmi con la fantasia. Riuscii a venire, comunque, e mi recai da Frida con la sborra ancora calda in mano. Lei era seduta, con le gambe accavallate e aspettava ... io non sapevo nemmeno cosa dire, volevo sparire, tanto mi sentivo mortificato in quell’abbigliamento, che addosso a me sembrava volgare e ridicolo. Passata l’eccitazione, non ero che un uomo peloso con le calze nere e la mutandina di pizzo. Lei mi squadrò attentamente, mortificandomi ancora di più, poi disse lentamente:
  • Bevila tutta! –
  • Adesso? – dissi cercando di prendere tempo.
  • Sbrigati e taci schiavo! – Controvoglia alzai il bicchiere e lasciai che la sborra mi colasse lentamente in bocca.
  • Lecca il bicchiere! – capii perché lo aveva scelto largo, da whiskey.
  • Vedi, troia – disse Frida – ti ho fatto sborrare prima perché tu sei uno schiavo di merda, non sei qui per giocare e godere, ma per subire e soffrire. – Allora si alzò e mi mise un guinzaglio attorno al collo, poi mi trascinò in bagno, dove l’enorme specchio, implacabile, mi restituiva la mia immagine, squallida, con la bocca impastata di sperma.
  • Appoggiati al lavandino, puttana! – disse mia moglie – Perché voglio vedere che faccia fai mentre t’inculo. – Mi faceva morire con quelle parole ... avrei voluto fuggire, ma sapevo che sarei stato punito ancora più duramente ... “Che meraviglia”, pensai, assurdamente, mentre la puttana che era in me si preparava a quella penetrazione annunciata. Frida prese tra le mani un membro nero, enormemente lungo e spesso e mentre se lo innestava al bacino, accostò, sorridente, il suo viso al mio, da dietro, in modo che vedessi i nostri volti riflessi:
  • Useremo il sapone, come lubrificante! Appena si asciuga, brucia di più ... mi raccomando, non strillare troppo forte ... Amore! I vicini potrebbero insospettirsi. – Quella sera capii che ero perduto ... e ne fui profondamente felice.

© - Giovanna S. 2012 - 2020

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