Il sottomesso. In campagna e nel buio - 4

  • Scritto da Giovanna Esse il 21/06/2020 - 12:00
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Verso le dieci, fattosi buio, lo zio mi scosse dalla poltrona, dove mi fingevo appisolato. Ma lo zio non si scompose e ridendo mi piazzò in mano un pesante fucile a doppia canna. La vecchia Alfa ci aspettava appena fuori e in pochi momenti superammo il cancello poi, ci avventurammo tra i campi e i vigneti, attraversando stradine sterrate, che solo chi le conosce può calcare. Intorno il buio era totale, quella notte non c’era neppure la luna. L’aria fuori era calda e piacevole, così aprii il finestrino per svegliarmi meglio e cercare di godermi l’avventura; almeno questo. Dopo una decina di minuti di perlustrazione, mio zio che non aveva detto una sola parola si fermò in uno spiazzo, circondato da vitigni, lontano da ogni fattoria. Lo zio spense la macchina e i fari, ma accese le luci nell’abitacolo.

  • Vado a pisciare, Errico – disse disinvolto – se ti va, scendi pure tu. Tanto, ci appostiamo qui per qualche minuto. – Non avevo molta confidenza con lo zio, mi sembrò giusto mostrami maschio ... uno di quelli che sputano e pisciano dove capita. Quindi, scesi dalla macchina, muovendomi tentoni nel buio. Sentii lo scroscio della sua orina e poco dopo ci aggiunsi anche quello della mia ... nell’ombra. Lo zio poi si appoggiò alla macchina e con lentezza accese uno spezzone di Toscano, il mezzo sigaro che qualche volta, di sera, gli avevo visto fumare.
  • Hai mai visto tante stelle? – disse lo zio guardando in alto. Alzai la testa e devo ammettere che la serata era meravigliosa; in un posto così buio il firmamento era talmente pieno di stelle che, a prima vista, sembravano volerti cadere addosso, come una coperta di luci.
  • Che meraviglia! – dissi incantato. Eravamo appoggiati alla macchina, uno a fianco all’altro ma, nonostante il panorama, mi stavo già annoiando. Le parole dello zio, dette con tranquilla determinazione, però, ebbero la forza di farmi mancare il terreno sotto i piedi:
  • Ma tu non ti vergogni a vestirti da femmina? – Il mondo mi precipitò addosso, capii tutto, all’improvviso, capii che lo zio ci aveva visto, mentre facevamo le nostre bravate da adolescenti. Avrei voluto fuggire ... ma come ... e dove? Era buio pesto. E poi? Come facevo? Dove sarei potuto andare? Me ne restai in silenzio, rosso e turbato.
  • Non fartene un dramma – disse lo zio – non lo dico a tua madre! – spense accuratamente la cicca sotto la scarpa: - Però, ti voglio vedere bene – aggiunse – Ok? – e così dicendo estrasse dal cruscotto della macchina una specie d’involtino scuro. Non riuscivo a capire cosa fosse finché non mi mise in mano quella pallina di stoffa. Erano due calze autoreggenti, sicuramente nuove, ma senza confezione e una mutandina nera a perizoma.
  • Siediti sul sedile di dietro, fatti vedere ... – disse lo zio – voglio vedere come ti metti queste cose da femmina! – Ero confuso, pieno di vergogna, ancora più mortificato perché, sentendomi in trappola, una lacrima di rabbia mi era scesa sulla guancia, rendendomi ancora più femmineo, agli occhi di quell’uomo burbero e aggressivo. Ok! Avevamo giocato pesante l’anno prima, io e le ragazze, ma infine non avevo fatto niente di male ... perché tanto odio, tanta determinazione? La serata si faceva più fresca, i grilli frinivano, mentre lontano un cane solitario abbaiava incessantemente, senza fermarsi mai. Un’altra emozione s’impadronì di me quella notte: la paura. Non riuscivo a leggere le idee che armavano quell’uomo; dopotutto era un estraneo e, dietro al suo sedile, comunque, c’era un fucile poggiato, anche se inerte. Forse leggendo i miei pensieri, l’anziano energumeno prese il fucile e lo portò nel cofano della vecchia macchina:
  • Questo è meglio toglierlo, ci ingombra. – disse poi – E tu, sbrigati, non abbiamo mica tutta la nottata. - Seduto sul largo sedile posteriore, con le portiere aperte, mi tolsi il jeans e la camicia, non avevo calzini e così, tolte le scarpe, iniziai a indossare le calze nere, velatissime, una dopo l’altra, con l’esperienza di chi quel gesto lo conosce già.
  • Ora levati le mutande, ragazzo – disse lui, guardandomi alla luce delle due piccole lampade di cortesia. Rosso come un peperone per la rabbia e la vergogna, avrei voluto con tutto me stesso ribellarmi a quell’ignobile farsa ma, vigliaccamente, tacevo. Pregavo solo, in cuor mio, che quella notte indecente passasse in fretta. Feci scorrere le mie mutande a slip sulle gambe e, con riluttanza, lentamente, misi il perizoma sexy, che mai come quella volta mi calzava a pennello. Il mio pene, già per natura non eccessivamente sviluppato, in quei frangenti si era talmente ritirato, da essere comodamente contenuto nel piccolo triangolo di stoffa della mutandina, tipicamente femminile.
  • Ti vanno queste? – inaspettatamente lo zio prese da sotto un sediolino, un paio di scarpe femminili, molto fashion, con i tacchi alti e il cinturino da accollare alla caviglia. Sbuffai prendendo quelle scarpe da puttana, ma le infilai facilmente, erano solo di un numero inferiore al mio ma, se non fossi stato costretto a inattese scarpinate, riuscivo a indossarle agevolmente.
  • Scendi, ragazzo, fatti vedere ... – la voce dello zio non era né burbera, né arrabbiata. Io mi aspettavo il peggio, ero ancora troppo giovane per capire le intenzioni di un uomo, ma mi accorsi comunque che nella sua voce non si celava alcuna minaccia. Al contrario, quando mi feci coraggio e scesi dalla macchina, indispettito e seccato, vidi che ammirava compiaciuto le mie forme. Si guardò intorno furtivo, poi accese una lampada portatile e m’illuminò, studiandomi, dal petto in giù. Un po’ per sfida, ma anche per esibizionismo, mi misi in bella mostra, divaricando leggermente le gambe snelle e impostando il sedere, che tranne il filo sottile della mutandina, mostrava per intero le mie chiappe, sode e giovanili. Pensai tra me e me, che eravamo giunti all’ora X; probabilmente, l’uomo, adesso mi avrebbe beffeggiato e mortificato ... speravo solo che non preparasse qualche brutto tiro ... magari abbandonandomi lì in quello stato o, peggio, facendomi del male. Ma le cose non andarono così ...

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