Il sottomesso: Maledetto zio - 3

  • Scritto da Giovanna Esse il 20/06/2020 - 12:00
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Dicembre, 1990 Frida ed io stiamo bene insieme. Facciamo l’amore più spesso e in maniera più organizzata. Più che farlo di notte ... come in genere capita tra marito e moglie, lei ha deciso di dedicare al sesso una giornata, in genere il sabato. Nostra figlia non va a scuola di sabato e, quando si può; la portiamo dai nonni entusiasti, che non abitano lontano da casa nostra. In quelle occasioni lei veste mìse provocanti e, in pieno relax, vuole che le racconti tutti i particolari delle mie avventure erotiche con le “Cuginette”, così lei chiama le ragazze che mi usavano per i loro giochi perversi e, poi, vuol sapere anche tutto il resto. Mentre ascolta le mie storie, ama che io mi prenda cura dei suoi piedini, a volte anche quando indossa le scarpe con i tacchi, massaggiando, baciando e leccando, sotto il suo sguardo estasiato. E così ho dovuto dirle tutto: allo stesso modo voglio scriverlo sul mio diario ... mi aiuta a sopportare meglio la situazione che si è creata e in cui mi sto annullando sempre di più come uomo, trasformandomi nello “zerbino” di mia moglie. Uno schiavo sessuale, umiliato e schiacciato, che soffre e gode, maledettamente, della sua triste condizione.

L’anno dopo lo spogliarello con le ragazze, non vedevo l’ora di tornare alla fattoria. Purtroppo non fu possibile esserci prima della fine di Agosto. Aspettavo frenetico di andarci perché desideravo ardentemente riprovare le sottomissioni cui ero stato sottoposto da quelle “pie” fanciulle. Quasi ogni giorno mi ero masturbato pensando alle loro manine avide che mi picchiavano il culo o mi stringevano i coglioni. Per ricreare le sensazioni provate, a volte mi fustigavo con uno spadino di plastica, ritrovato tra i miei giochi dell’infanzia. Era molto flessibile e mi riusciva facile colpirmi il sedere: arrivando con la mano fino alla spalla o, al fianco, con un colpo rovescio delle dita mi fustigavo le natiche e le gambe, più o meno violentemente. Per ampliare al massimo il piacere, mi piazzavo davanti al grosso specchio in camera di mia madre: poi indossavo le sue mutandine e le sue lingerie. Evitavo le sue calze, perché si era accorta che le avevo messe e non fu facile convincerla che era stato solo per inventarmi un gioco, non meglio identificato. Però, una sera che mi aveva dato in mano un paio di collant sfilate, da buttare, avevo solo fatto finta di gettarle nella spazzatura, invece le avevo nascoste accuratamente. Il giorno dopo mi feci la più bella sega della mia vita: ero steso sul lettino, intanto che aspiravo l’odore aspro della figa di mia madre, distintamente presente sulla parte alta delle collant. Quelle calze diventarono il mio feticcio più prezioso e le compagne di un’infinita serie di giochi erotici, solitari e perversi. Ricordo che le ho usate per quasi un anno, senza che l’odore di fregna sparisse mai completamente. Un’altra cosa che mi piaceva fare era di chinarmi per terra come fanno le ragazze per pisciare, allora il mio pene scendeva sotto di me, ed io riuscivo a raggiungerlo con le dita e a masturbarmi da sotto, come se mi mungessi. In quei casi lo tiravo e lo martoriavo, come mi avevano fatto le ragazze. A volte per acuire il disagio m’infilavo un ago da siringa nella carne tesa delle natiche, dopo essermi disinfettato con lo spirito ... questo doloroso “piacere” lo doveva alla scoperta che, quando ero malato, aspettavo con paura mista a desiderio le siringhe di mia madre. Era un rituale morboso ma piacevole.

Caro diario, non ti nascondo, però, che la confessione più dolorosa e temuta, da fare a Frida, fu di ammettere che, a volte, mi facevo il sedere con l’impugnatura tondeggiante dello stura fontane. Non era molto spesso, ma era lungo, tutto di legno: e questo rappresentava il problema principale. Infatti, il legno era grezzo, poroso e tratteneva le macchie, sia di sangue sia di “altro” materiale organico, con cui veniva a contatto quando, lentamente, mi ci sedevo sopra. Imparai che prima di incularmi, dovevo seguire un accurato (e arrapantissimo) rituale. Questi preparativi, il giorno in cui decidevo che avrei dovuto subire una profanazione anale, mi tenevano eccitato per ore. Appena tornato da scuola, ero sempre solo in casa e mi dedicavo alla pulizia del mio budello. Passavo tanto tempo nel bagno per ripulirmi accuratamente. Mi denudavo, dalla cintola in giù, e mi sedevo nella vecchia vasca di porcellana. Il rubinetto era dotato di un braccio-doccia e, durante una visita dell’idraulico, avevo scoperto che il bocchettone finale si svitava, lasciando libera la testa arrotondata del piccolo tubo flessibile. Allora mi facevo dei veri e propri clisteri godendo della forza dell’acqua che mi riempiva fino a farmi girare la testa. In questo modo mi pulivo accuratamente e potevo giocare col mio bastone di legno.

Finalmente, gli ultimi giorni di Agosto, arrivai alla fattoria di mia zia, e, con grande disappunto, scoprii che le ragazze non erano lì, ma in vacanza da qualche altra parte. L’unica rimasta a casa era Rosa, perché aveva contratto una brutta allergia, ora era convalescente. Quando la visitai in camera sua, la trovai molto cambiata ... le adolescenti crescono in fretta e le si leggeva in viso che ormai era una donna. Non fece parola dei nostri “giochetti” erotici, anzi mi trattò con una certa freddezza. Seppi da sua madre che c’era un giovanotto più grande a ronzarle intorno e che, forse, si sarebbero fidanzati. Pur non essendo tipo da prendere iniziative, quando potevo, gironzolavo intorno a Rosa come un cagnolino. Una volta, troppo eccitato dai ricordi ... ci provai:

  • E’ ancora chiuso a chiave il garage del trattore? – esordii – ... e voi ragazze ci siete più tornate? – Rosa mi squadrò con un guizzo di furbizia negli occhi:
  • Perché – disse – vuoi fare uno spogliarello? – e sorrise maliziosa. Mi feci rosso immediatamente e balbettai una risposta inconcludente.
  • Chissà – disse ancora lei – magari stasera ci faccio una capatina ... ma tardi. Mio padre è più guardingo da quando ho il ragazzo ... – concluse con aria di chi si da importanza. Col cuore impazzito, tra vergogna e desiderio, me la svignai verso i campi assolati. Ricordo benissimo che quel pomeriggio mi masturbai nel bagno della zia, sognando chissà quali avventure per quella serata che aspettavo da un anno. Ma, come si suol dire, il diavolo ci mise la coda ... e le cose andarono diversamente, con un epilogo del tutto inaspettato. Quella sera, a cena, lo zio, un uomo sulla sessantina, con i baffoni all’antica e certe mani robuste da far paura, si mantenne abbastanza lontano dal fiasco di vino.
  • Stasera devo guidare – disse, col solito ghigno scanzonato che lo contraddistingueva.
  • E dove devi andare? – disse mia zia, abbastanza sorpresa. E lo zio spiegò:
  • Questa mattina ho parlato con Giorgio e gli altri ... faremo a turno un giretto, di sera, per cercare di beccare quella volpe ... ricordi? Ne parlammo domenica. Sta facendo strage di galline e conigli. –
  • Mah – replicò zia – spero che sta’ cazzo di volpe non sia in paese, nel vicolo alle spalle dell’Osteria! – e guardò torva mio zio, che sbuffò, mentre con lo sguardo fingeva di fissare da un’altra parte.
  • Sempre malfidata, tu, eh? – disse – Ti sbagli, come il solito ... anzi ... – finse di guardarsi intorno casualmente:
  • Ecco, mi faccio accompagnare da tuo nipote, va bene? – la guardò trionfale – così ti togli tutti i grilli dalla testa. – poi rivolto a me: - Errico, stasera si va a caccia, sei contento? – Non ero contento e detestavo la caccia, ma il tono dello zio non ammetteva repliche, poi non sarei comunque riuscito a rispondere, perché, svelto come un grillo, lui scatto dalla sedia e inforcò la porta dicendo:
  • Vado a preparare la macchina! – poi, allontanandosi: - Rosa, dormi con la mamma, così quando torno, mi arrangio nella camera tua. - La ragazza ed io ci lanciammo uno sguardo deluso e disperato, con amarezza mi resi conto che anche a lei, l’idea di incontrarci quella sera, sarebbe piaciuta.

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