Sesso satanico: La Janara di Apice

  • Scritto da Giovanna Esse il 13/05/2020 - 08:00
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Giovanna è una ragazza di Apice, un paesino ormai fantasma tra le alture del Beneventano. La ragazza vive delle terribili esperienze senza poter contare su nessuno ma quello che non sa è che la sua natura è il destino faranno di lei una vera Strega. Acquisirà esperienza e poteri inimmaginabili e conoscerà avventure erotiche che mai, una giovinetta di provincia, avrebbe saputo immaginare. Buon divertimento.

Il 19 di Agosto 1962 fu una domenica calda e afosa.
Eravamo tutti nella piazza all’ingresso di Apice, piccolo paese del Beneventano, l’unica piazza spaziosa; il resto del paese era un dedalo di vicoletti e angiporti, stretti, angusti e bui. Era arroccato sul costone, seguendo i dettami dell’antichissima architettura montanara e feudale. Dalla grande chiesa, dopo la cerimonia, sciamarono lentamente tutti i concittadini, mentre le campane suonavano “a morto”, lentamente. Alcuni parenti e compagni sostenevano a spalla la misera bara di mio padre, morto giovane per una grave e improvvisa malattia di cuore. Ero piccina eppure quelle scene mi sono rimaste impresse nella memoria, come fotografie sbiadite, ma sempre impregnate di emozioni e dolore. Il sole cocente di mezzogiorno stagliava con violenza le ombre della gente sul selciato polveroso della piazza. Ero accanto a mia nonna paterna, una donna magrissima e austera con gli occhi consumati dagli anni e dalle pugnalate di una vita dura. Mia mamma era venuta, ma era rimasta in una grande macchina nera, senza forze, straziata dalla perdita improvvisa. C’era tanta gente intorno: brusio di voci e strascinar di piedi poi, all’ improvviso, nel piazzale si fece silenzio come se tutti, sorpresi, trattenessero il fiato. Dal viottolo secondario che risaliva il pendio da sud, una figura scarna ma decisa avanzava spedita, appoggiandosi ad un nodoso bastone di noce scuro, tanto consunto da luccicare al sole. Era una vecchia nera, dal volto rugoso e visibilmente curva. Nonostante il caldo, indossava abiti pesanti di lana antracite e, sulle spalle, uno scialle nero le cui frange accompagnavano il suo intercedere. I capelli erano bianchi e mossi, raccolti in una crocchia e bloccati da un paio di vecchie forcine d’avorio. Mentre tutti trattenevano il fiato per lo sbigottimento e la sorpresa, la vecchia, inaspettatamente svelta, si avvicinò al feretro a grandi passi e, come un cane da fiuto, annusò rumorosamente il legno della bara. Poi, lesta, raccolse da terra una pizzico di polvere chiara e ne sparse una parte, con gesto teatrale davanti alla bara, poi mentre partivano i primi rimbrotti e i borbottii dei presenti, si avvicinò veloce a me e alla mia nonna e buttò ai nostri piedi un’altra manciata di polvere. Sussultai spaventata, mentre mia nonna si voltò dall’altra parte, come se facesse di tutto per non guardarla. Adesso la gente cominciava a inveire, mentre il sacrestano strillava:

  • Va via, va via! Cacciatela, Cacciatela! Qualcuno tentò di fare un passo verso di lei, ma dovette desistere immediatamente, al fianco della vecchia arrivò un grosso cane nero, come materializzatosi dal nulla, ringhioso e ispido di pelo. niziò a guardare tutti con occhi rossi e minacciosi. La vecchia alzò il bastone, imperiosa quasi minacciando. Gli astanti tacquero nuovamente, mentre lei mi si avvicinava ancor di più. Quando parlò mi investì con un alito che puzzava di vino e di cipolle.
  • Tutt’ è povere! Tutt’ è povere… A chi primma e a chi doppe! Tutt’ è povere… a chi primma e a chi doppe!... Ah ah ah! - la megera concluse la frase sconnessa con una risata pazza. Sorpresa e terrorizzata cercavo di evitarla ma i suoi occhi, lucidi come perle nere fissavano i miei, scavandomi dentro più con curiosità che con cattiveria. Come fosse stata sorpresa da un temporale la donna si guardò intorno, come cercasse qualcosa o qualcuno, poi si voltò verso ilo cane. Il suo volto sembrò illuminarsi, cambiò atteggiamento e, rapida com’era venuta, sparì nel bosco, misteriosamente. Intanto i primi “coraggiosi” raccolsero qualche pietra, fingendosi decisi a scacciarla con violenza. Una pantomima inutile visto che la vecchiaccia era già scomparsa, nel buio tremolante dei noci e dei rovi. Ricordo la gran confusione. Mia madre svenuta nella macchina, le vecchiette del paese che intonavano litanie, forse religiose, di cui non capivo una sola parola. Intanto il parroco, uscito dal portale di gran carriera, iniziò ad aspergere con l’acqua Santa la piazza, il feretro di mio padre, tutti i presenti alla rinfusa… e poi anche me. Intanto mia nonna si poggiò a una serva sentendosi venire meno; il suo viso dimostrava cento anni, bianca come un cencio si segnava con la croce. Non dimenticherò mai quelle scene e tutto quello che vidi … ma allora, di certo, non avrei mai potuto ricordare ciò che non vidi e che avveniva comunque, nell’ombra e nel mistero.

Nel buio, tra le spesse travi del campanile, due figure inidentificabili si godevano la scena.

  • Ecco, è arrivata Iside! – decretò il primo con voce gracchiante; aveva zampe e mani palmate, orecchie aguzze e una coda serpentina; sulla schiena una striscia cangiante, azzurrina, simile al dorso di un grosso pesce. Il ventre spropositato, molle e roseo, come un confetto del battesimo. - Scuotiamoli un poco, questi cafoni! – aggiunse con un sibilo maligno.
  • Stai a posto tuo, Farfariello – disse l’altro strano tipo, un monaco basso e rotondetto, col viso da vecchio putto. Aveva occhi maligni e rossi come braci, due piccole corna caprine, nere e lucide, sulla fronte pelata: – Tu sei qui solo come osservatore, ricordati!
  • Maledetto monaco! – masticò aspro l’altro e sputò con disappunto sulla campana, bloccandola a mezz’aria, come in una fotografia impossibile.
  • Smettila, sporco succube! – il Monaco tracciò un segno nell’aria calda con la sinistra, il tempo riprese a scorrere, e la campana riuscì a portare al termine il suo rintocco. - Piuttosto controlla bene la bambina, trova i segni e poi anndiamocene. Lo vedi che Iside ha già sparso la polvere? Aggiogato, il mostriciattolo si lanciò dal campanile in una ridicola caduta folle, lanciando strilli che nessuno poteva sentire. Rotolò nella piazza, affiancandosi al cane, nero e ringhioso, mentre la vecchia sghignazzava e grida il suo anatema. Si avvicinò attento ai piedi della piccola orfana; nonostante i sandaletti riuscì rintracciare ciò che gli stava a cuore: due puntini rossi si stagliavano sull’alluce sinistro, sogghignò soddisfatto. La sua missione era compiuta e la risposta era positiva. Era proprio Lei, era proprio chi cercavano.

Due giorni dopo, alcune scosse di terremoto fecero sì che tutto il paese di Apice manifestasse un pericoloso bradisismo e venisse evacuato, per sempre … rimasero solo i cani, qualche poveraccio, il sindaco e la vecchia janara(1), che la domenica precedente aveva dato di matta davanti alla chiesa, da tutti conosciuta col nome di Siside.

(1) - La janara nelle credenze popolari dell'Italia meridionale e in particolare dell'area di Benevento, è una delle tante specie di streghe che popolavano i racconti appartenenti soprattutto alla tradizione del mondo agreste e contadino.

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