Una vacanza da femminuccia

  • Scritto da Giovanna Esse il 09/05/2020 - 23:05
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PREMESSA

  • Salve signora Giovanna, spero che si ricordi di me, anzi, ne sono certo, visto che ha dimostrato già tanta comprensione e tanta sensibilità, nei post che ci siamo scambiati “apertamente” sulla sua bellissima rubrica. Non può immaginare cosa mi è successo! Sono fuori di testa in questo momento! Provato profondamente, ma fuori di testa... e stranamente, devo questo colpo di fortuna, alle restrizioni dovute al maledetto virus, COVID-19. Le scrivo per entusiasmo, per sorpresa... perché la mia vita è cambiata, forse solo per un giorno, ma ne valeva la pena. Adesso sono in un angolo tranquillo, nell'androne della nostra palazzina; non le scrivo da casa; ci sono tutti, ovviamente, e mia moglie potrebbe intromettersi e, magari, scoprirmi. Solo questo, Giovanna, pochi minuti fa, un mio vicino, un insospettabile sessant’enne, me lo ha messo in bocca... sì, ha pretese un pompino e, diciamo quasi mio malgrado, mi è venuto tutto in bocca. Signora bella... era passato tanto tempo (come ricorderà) dalla mia parentesi “femminea”. A parole, sì lo avevo quel desiderio segreto (ricorda?) ma non mi aspettavo di appagarlo nella realtà, almeno non in questo modo. Un modo così improvviso, così oltraggioso ma anche... così meraviglioso. Grazie Giovanna, grazie per i consigli e la gentilezza. Sono felice! Poi le scrivo, con calma, a mente fredda, tutta la storia.
    1 -Nostalgie di gioventù.

Inesorabili gli anni sono passati e la vecchiezza, portandosi dietro acciacchi e malattie, mi ha stretto alla gola come un nodo scorsoio, lento ma implacabile. Se tutto fosse avvenuto in un colpo solo forse riusciresti a ribellarti, non dico a vincere, ma quantomeno a ribellarti, con forza e dignità. Invece, dopo i sessanta, come un lento stillicidio ti inserisci in un circolo vizioso, e l’età ti fa credere di non poter più avere un futuro in cui sperare. Ecco forse è questa la vera vecchiezza; quando la senti addosso e la ritieni irreversibile. Quest’odiosa presentazione non sembri una lamentela, è piuttosto l’analisi di una brutta situazione che poi viene aggravata anche dai problemi sessuali. La mia salute precaria ha voluto riservarmi pure questo! Un complesso di fastidi, che assommato agli effetti collaterali di potenti medicinali, mi ha reso impotente o, quantomeno, incapace di ottenere una dignitosa erezione. Mi è restato il piacere dell’orgasmo e dell’eiaculazione, almeno questo. Ma la ricerca della sborrata, che tiro fuori quasi una volta al giorno, è sempre e solo relegata a un rapporto solitario, visto che mia moglie, a causa delle sue ristrette vedute, considera, quale rapporto degno di essere consumato, solo la scopata ma soprattutto, perpetrata grazie a un membro duro ed eretto, come vuole la prassi. Non mi permette più niente, nemmeno di toccarla, nemmeno di vederla spogliata per masturbarmi in sua presenza. Al contrario, le sue lamentele sono sempre più denigranti e mortificanti... come se tutto questo fosse colpa mia. Lei ha 60 anni ed io 67 e lei, per sua fortuna, sta benissimo. Ha sempre apprezzato la chiavata in senso stretto, più meccanico che sentimentale, e ad essere onesto, ce la siamo sempre goduta: eravamo una coppia affiatata insomma. Ora non solo mi allontana come un appestato, ma si lamenta della mia impotenza ed elogia, al negativo, la sua “errata” fedeltà! Errata perché lei che si sente ancora donna: lei, delusa dal marito; lei, che non si fa fottere da un amante, come sarebbe giusto fare!

  • Ma chi ti ferma, - le dico allora, - fai, fatti fottere, visto che io non servo più. Lei non mi risponde e mi lascia, voltando le spalle. E così è avvenuto che la mia fantasia, più che suggerirmi il ricordo dei mille rapporti sessuali tradizionali, collezionati in circa 50 anni, mi ha portato a innamorarmi dell’unico periodo in cui ho assaggiato la perversione, e in maniera veramente estrema. In effetti, non avevo mai dimenticato quel lontano “momento” della mia esistenza, ma non ci avevo nemmeno mai pensato in maniera coerente: in qualche occasione, come un flash, mi fa sfiorato il ricordo di quell’anno lontano, di quel mese, o poco più, in cui “qualcuno” ha fatto di me la sua puttana, con mia totale, indiscussa e felice, accettazione del ruolo. Forse ero troppo piccolo, per decidere consapevolmente sulla mia sessualità. Una volta fuori da quel gorgo inarrestabile che mi aveva pervaso, come una corrente elettrica, la mia vita ritornò quella normale, di adolescente. Non ci sono più state occasioni per farmi sentire “femminella”; il tempo mi travolse e seguii la classica sequenza di eventi di uomo normale.

2 – Oltre 50 anni fa: le vacanze al mare.

  • E le tette... le zinne, le hai mai viste? chiese Gennaro, il mio cugino “grande”. Gennaro, per me, era grande in tutto: sia perché aveva già 17 anni, quindi ben 2 più di me, sia perché, nonostante ormai potesse essere definito quasi “uomo”, accettava la mia amicizia, oltre al naturale rapporto di parentela. Nonostante le sue domande incalzanti su certi argomenti mi mettessero a disagio, non potevo mentirgli; questo in onore del rispetto che provavo per lui! Un bel ragazzo bruno, forte, alto; la sua barba era già dura al tatto e il suo pube, pieno di peli neri. Questo lo avrei scoperto poi, quando il mio contatto con i suoi genitali sarebbe divenuto, diciamo così, più confidenziale.
  • Beh, sì, - risposi, - ho visto le tette di fuori a Rosalba, la figlia di zio Gerardo...
  • Ah, ah... – rise di gusto, - E che cazzo hai visto, quella ci ha 12 anni.
  • Beh, un po’ di petto ce l’ha, credimi, ha due cose un po’ gonfie e i cosini, i “capetielli”...
  • I capezzoli?
  • Sì, esatto, i capezzoli: sono come due birilli piccoli e rosa, puntati in avanti. La lucetta sul comodino era ancora accesa, sott’occhi vidi che Gennaro si agitava un po’ sul lettino, mentre nascondeva la mano sotto la molla degli slippini bianchi. Era estate, faceva caldo, e c’eravamo solo adagiati sui letti, in mutande e canottiere. Per mettermi in mostra di più, aggiunsi.
  • Però ho visto le zinne di mamma, varie volte...
  • Come? Le zinne di zia Gilda? – si fece più attento.
  • Sì. Dato che il bagno della sua camera è piccolo, quando fa caldo lei lascia spesso la porta aperta, per paura che il vapore la “affoga”, dice. Dalle scale si vede lo specchio della camera, e si vede lei nuda.
  • Cazzo, se non fossi mio cugino, me la chiaverei a tua madre, sai. Non mi ribellai, avevo una vaga idea di cosa significava “chiavare”, ma di sicuro Gennaro era un esperto. Chi ero io per contrastare le affermazioni del mio eroe? Infine, l’idea che mio padre diventasse cornuto nemmeno la concepivo e poi, non ero così imbecille da non capire che ciò che desiderava Gennaro era impossibile. Gli raccontai un po’ di mamma, dei suoi grandi seni, del pube scuro e delle natiche accoglienti. Le dissi persino di quella volta che, seduta sul vaso, aveva aperto le gambe quand’era notte, e papà non c’era. Vidi un largo spacco rosso comparire sotto il pelo della figa. E poi la vidi rovistare con le dita nella sua carne, mentre muoveva il capo, a volte ripiegato verso giù, come se se la controllasse con lo sguardo, poi verso l’alto, che apriva la bocca come per gridare. Ormai era tardi, avevo sonno. Mentre Gennaro si toccava evidentemente il pene, io mi infilai sotto il lenzuolo leggero. Mentre mi addormentavo, anch’io presi in mano la mia bacchettina, era piccola e dura, come un pastello... proprio come quella vota che vidi mia mamma... che mi toccai e che mi uscì quella fantastica crema bianca.

3 – Preso alle spalle.

Il giorno dopo lo passammo al mare, come il solito. Quando mio cugino si mise a giocare a pallone con i suoi amici grandi, mi presentò agli altri e mi fece mettere in porta. Improvvisai dei grandi salti pur di non farlo sfigurare! Dopo cena, ci ritrovammo nella camera da letto del nonno, buon’anima. La casa di famiglia, in Calabria, era a due piani, sotto ci abitavano i miei zii. Noi dormivamo nell’appartamento di sopra, soli soletti nella grande stanza del nonno: Gennaro nel suo lettino, ed io nel vecchio letto matrimoniale.

  • Ormai siete grandi... non avrete mica paura? E poi vi fate compagnia. – disse la sorella di mamma, mentre ci faceva i letti, due giorni prima. Per me era tutto emozionante. Ero felice di stare con loro, di stare al mare, di diventare grande... Quella notte Gennaro venne sul mio lettone, per chiacchierare più intimamente e più a bassa voce... Lo stesso avvenne anche la sera successiva, e mentre parlavamo di scuola e di calcio ci addormentammo, stanchi della giornata di bagni e di giochi. Doveva essere notte fonda perché c’era un grande silenzio. Tra veglia e sonno mi resi conto che Gennaro si era alzato e aveva chiuso la finestra, poi, però non andò nel lettino ma ritornò dove dormivo io, ficcandosi a sua volta sotto il lenzuolo. Qualcosa di furtivo nei suoi movimenti mi tenne sveglio, quasi in allarme. Lo sentivo che era irrequieto ma feci finta di dormire: ero un po’ a disagio. Adagiato su un lato (lui stava alle mie spalle) mi sembrava avesse il ballo di san Vito. A furia di girarsi e voltarsi, a un certo punto arrivò a poggiare, delicatamente, il suo inguine al mio fondoschiena. Restai muto: magari era in un sonno agitato e per caso era capitato in quella posizione... anche perché, né parlò, né si scostò, come credevo opportuno. A quel punto mi sentii un po’ perduto in quella stanza buia e, per un attimo, mi vidi solo, lontano da casa e da mamma, in una situazione che all’improvviso sentivo di non saper gestire. Non potevo e non volevo gridare, ma non sapevo nemmeno cosa avesse intenzione di fare mio cugino. Era sveglio, ormai era chiaro ma, come me, fingeva di dormire. Nel silenzio sentii le sue dita trafficare molto ma molto lentamente con l’elastico delle mie mutande. Non lo agevolai, fingendomi di piombo, eppure a furia di tirare verso il basso, compresi che mi aveva scoperto il culetto, e quasi del tutto. Fui attraversato da un brivido strano, c’era qualcosa di ipnotico in ciò che capitava alle mie spalle, una cosa che mi dava un’emozione mista, come di paura ma anche di curiosità inarrestabile. Come capita con le pagine di un libro di fantasmi che non riesci a non leggere, nonostante vorresti smettere. Qualcosa di spesso e caldo, evidentemente carnoso, mi toccò le natiche. Non mi aveva fatto niente ma saltai in avanti, per l’emozione e la paura. Non c’erano dubbi, capii che la cosa strana che mi aveva sfiorato era il glande di Gennaro, sapevo che quel contatto era proibito, vietato... non doveva succedere. A scuola avevo visto come prendevano in giro i ragazzi che, appena appena, si mostravano un po’ più sensibili, o conservavano l’acuta voce infantile, mentre gli altri adolescenti diventavano gracchianti tromboni. Mio cugino, lentamente, ritornò a farsi avanti, di nuovo quella massa calda si poggiò su una chiappa... mi ritrassi, ma di poco stavolta. Che dovevo fare? Avere il suo cazzo poggiato al mio culo era orribile, ma anche ipnotico e suscitava in me uno strano calore: sentivo le orecchie di fuoco! Gennaro allora mi sussurrò, fievole:

  • Stai... stai solo un poco, voglio vedere che si prova... Resistetti al terzo contatto, sperando che la faccenda si concludesse in fretta, non volevo scontentare mio cugino più grande, ma avevo anche troppa paura dell’ignoto. Ero troppo giovane per capire che di li a poco, l’eccitazione mi avrebbe fottuto. Gennarino, evidentemente, ne sapeva più di me. Quando comprese che sarei rimasto fermo, inizio a carezzarmi le chiappe con le dita, picchiettando, carezzando, ma soprattutto scavando nella fessura, fino a trovare il mio orifizio, piccolo e vergine. Ora, con gli anni, posso immaginare perché il suo cazzo divenne così duro e voglioso: il mio ano tumido, le mia chiappe delicate, a stento coperte da una soffice e rada peluria, dovevano essere un’attrazione appetitosa per la sua voglia di maschio adulto. Infatti, nei giorni seguenti, ebbi modo di comprendere quale impeto e quale foia, lui avrebbe saputo infondere nel nostro rapporto, sconcio e incestuoso. L’ora tarda e la lentezza carezzevole delle sue attenzioni ebbeno l’effetto di rilassarmi. Dovetti pensare che, dopotutto, si trattava solo di carezze, ma molto intime e segretissime; carezze, magari accettabili a causa del nostro legame, del nostro affetto reciproco. Solo che era meglio restassero nascoste, per non dimostrare che anche a noi, veri maschi, piacevano le coccole. Dopotutto, quante volte persino mia mamma, profittando del dormiveglia, mi carezzava il sedere godendone come una Pasqua, oppure mi sbaciucchiava prendendomi in giro? Così lo lasciai fare, mi abbandonai a una specie di sonnolenza dolce, mentre il piacere diventava di miele e mi godevo tutti quei toccamenti e la fantastica pressione del suo cazzo. Passarono molti minuti, forse anche mezz’ora. Finchè, all’improvviso, scattò l’allarme... ma ormai era troppo tardi. Purtroppo (o per fortuna) non ero più padrone della mia volontà! Ora Gennaro si bagnava le dita, certo con la saliva, e me le ficcava nello sfintere. Non mi faceva male, ma era una sensazione quasi fastidiosa, mi ricordava l’orrore di quando la mamma mi metteva la supposta, da piccolo. Le dita che si muovevano in me non erano più gradevoli come le carezze, ma ancora subii l’intromissione perché non capivo più niente, e dopo... arrivò il glande, a completare l’opera. Non me lo aspettavo, non ci avevo mai voluto credere veramente, ma adesso era chiaro che Genny me lo voleva introdurre nel culo! Proprio quella cosa orrenda,quel diffusissimo modo di dire, volgare e infamante, che tanto si usava, specialmente tra i ragazzi. “Te lo metterei in culo!”, oppure, “Vai a fare in culo!” eccetera... tutte espressioni che non raccontavano niente di buono e che significavano sempre “fregatura”. Adesso, non accettavo più timidamente ma al tempo stesso avevo paura e... E venni pervaso da una sensazione di impotenza, quasi sognante; era come se ormai quella cosa dovesse immancabilmente succedere. Come se il fato avesse scelto proprio me, al mondo, per condannarmi e farmi penetrare da mio cugino. Un destino cui non riuscivo ad oppormi...

  • Buono, stai buono. Ti metto solo la testa... resisti, che non è niente... Parlava piano ma con voce vibrante, era eccitato. E mentre parlava premeva, e premeva... la sua capocchia verso il buco del mio culo. Armeggiava, tenendosi il cazzo e dirigendolo, lo sentivo. A volte premeva vicino al buco, mi spingeva solo ma sentivo che non era la giusta via. E allora mi sentii dire anche io, anche se non lo volevo veramente:

  • No, che fai? Un po’ più in basso... li no. E Gennaro spostava il pene e riprendeva a spingere.

  • Ma dai, - dicevo – lo vedi che non entra? Che vuoi fare! Mettici le dita, dai. Fai come prima, non ti dico niente. Il pisello non entra. Ma lui, sempre più deciso e aggressivo:

  • Stai buono, stai buono. Piegati in avanti. Mi sentivo stupido e vittima, ma obbedii. Eravamo entrambi sul fianco.

  • Alza la gamba!

  • Cosa?

  • Alza sta’ gamba che così entra! Obiettai qualcosa, ma lui sembrava arrabbiato e sgarbato, con la mano mi fece alzare la gamba destra verso l’alto, in modo che le due chiappe si spalancassero.

  • Ecco, ecco, tienila così – aggiunse, - tienimi aperte le pacche! E adesso spingeva, spingeva forte, ma non succedeva praticamente niente: realizzai, finalmente, che era impossibile che quell’oggetto fuori misura potesse entrare in quel mio buco, così piccolo. Come avevo sempre pensato: “Te lo metto in culo” era solo un’offesa, una parolaccia, iniziai a cercare di convincerlo a smettere. Forse era solo più stupido di quando credessi, e aveva pensato veramente di sfogare il suo desiderio di una femmina, rompendo le scatole a me. A quel punto anche l’eccitazione mi era passata.

  • Smettila, basta. Che vuoi fare! Non lo vedi che non entra e... E invece, in quel momento ci fu il patatrac! Non saprò mai se veramente sentii un rumore, insieme a quel dolore lancinante e innaturale, ma se ci penso ancora sono convinto di aver udito, nella camera, un colpo secco, una specie di rapido “plop”, come lo scatto di una molla o il colpo di una frusta.

  • Ahia, ahia, ahia, - quasi strillai con le lacrime agli occhi, ma Gennaro mi mise la mano sulla bocca.

  • Zitto, zitto, che non è niente. Stai fermo che ti passa subito.

  • Mi fa male, leva, levalo... mi ha fatto male, cazzo!

  • Aspetta... aspetta, sta buono solo un minuto. Ero addolorato e terrorizzato, pensavo che mi avesse rotto qualcosa, pensavo mi avesse ferito... per un momento mi raggelai e temetti seriamente che, il bastardo, avesse usato qualche oggetto, magari una lama, per spaccarmi il culetto. Continuavo a tenere la gamba alzata aiutandomi con la mano, avevo una paura folle che facendo un qualsiasi movimento, avrei peggiorato la situazione. Gennaro non usciva dal buco. Scesi lentamente la mano per tastare, per capire. Trovai la sua asta dentro me e mi si aprì un buco di terrore alla bocca dello stomaco, eppure... c’era qualcosa di maledettamente sbagliato ma attrattivo in ciò che tastavo. Non avevamo mai giocato in quel modo con mio cugino, quindi non gli avevo mai visto il pisello; in realtà io non avevo mai visto un cazzo duro, tranne il mio. E il mio era turgido, lungo e spesso, ma come una fava, come due dita messe vicine. Ora che tastavo il cazzo, infisso tra le mie natiche, lo sentii grosso come un tronco. Non sapevo di quanto mi avesse penetrato, ma misurai che ancora ne aveva parecchio, fino a trovare le palle.

  • Escimi, escimi... mi rompi tutto!

  • Ok, buono, che lo levo, - mi accontentò e venne fuori da me. Ormai piangevo e ripensavo alle parolacce... che per me diventavano reali: avevo veramente il culo rotto. E proprio mio cugino mi aveva trasformato in femminella. Cattivo: come un vampiro aveva approfittato di me per trasformarmi. Mi sentivo strano, distrutto, tremendamente solo... tradito. Le lacrime solcarono il mio volto, fino a perdersi nel cuscino. Non mi restava che dormire e aspettare gli eventi. Come mi sarei svegliato? Checca, sicuramente! Ma mica era finita. Il porco tornò alla carica, riprendendo posizione come se niente fosse.

  • Ancora? - dissi – ma sei matto?

  • No, no, tranquillo, lo appoggio solo ma ora non ti farà più niente. Non lasciarmi così, dai fammi arrivare.

  • Uffa, - sbottai contrariato – solo appoggiato e fai in fretta! Mi fregò di nuovo usando il tempo. Se me lo avesse rimesso subito dietro forse mi sarei definitivamente ribellato. Invece riprese a fare tutto piano, piano. Stavolta lo sentivo chiaramente masturbarsi alle mie spalle. Ormai ero grande, lo facevo anch’io. Pensavo, scioccamente, a dove sarebbe venuto. Mai avrei voluto che mia zia potesse pensare che avevo sporcato le lenzuola con lo spaccio. Aveva il cazzo appoggiato alle natiche e se lo menava, ora veloce ora piano, mi disse:

  • Toccalo... Reduce dalla scoperta di poco prima, quando sentivo le stelle e me lo ero trovato in corpo, lo accontentai e poi, ero curioso di sentire per intero come era fatto. Gennaro si mise supino, a gambe aperte, ed io spinsi il braccio dietro e, timidamente, lo presi in mano. Era grande, lungo, e aveva, alla base, le palle, gonfie ma morbide.

  • Da li esce lo sburro, - disse piano –adesso sono piene, piene. Che ne dici? Azione e frase ebbero effetto su alcuni tasti del tutto sconosciuti del mio essere, mi sentii svenire dal desiderio. Se non era per la vergogna e la continua paura della mia novella “frociaggine”, mi sarei offerto di masturbarlo, felice, fino a sentirlo esplodere di goduria.

  • Girati, - ordinò – che te lo metto in culo ancora.

  • Ma... ma... – obiettai, senza convinzione. Il dolore di prima si era diradato e contro la voglia della mente, il mio corpo lo voleva provare ancora.

  • Aspetta, - disse Gennaro, - torno subito. Sentii che si allontanava nel buio a piedi nudi cercando di fare meno rumore possibile. Tornò quasi subito. Poi seppi che aveva messo un po’ d’olio nel tappo della bottiglia, dalla vecchia cucina del nonno.

  • Ci metto l’olio e lo appoggio senza farti male!

  • Mi raccomando... guarda che prima mi hai spaccato... un bruciore!

  • Con l’olio non senti niente, vedrai. Sbuffai insoddisfatto a causa della sua insistenza. Non lo riconoscevo più. Non era più amichevole, ma aggressivo; una bestia che aveva solo quel cazzo di scopo, mettermelo nuovamente in culo. Purtroppo non vedevo via d’uscita e pregai solo che quella storia così odiosa e complicata finisse. Stanco e scioccato pensai che, il giorno dopo, con una scusa sarei tornato a casa dai miei. Inutile dire che Gennaro riprese subito le “ostilità”... altro che poco e piano. Mi spalmò accuratamente l’ano di olio e poi sentii che si massaggiava il glande, subito dopo riprese il solito esercizio del cazzo. Infisso tra le natiche, spingeva sul buco. E che cazzo duro! Però stavolta tutto era cambiato, mi sembrava di essere diventato un altro, dopo qualche attimo di piacevole pressione, la sua capocchia mi aprì con poco fastidio ed estrema semplicità. Si fermò. Lasciò che il mio sfintere si dilatasse spontaneamente, poi disse:

  • Premi come se volessi fare cacca, non ti faccio male, poi vedi. Cercai di capire e accontentarlo, convinto che fosse quasi un gioco, per espellere il grosso fragolone che mi aveva ficcato indietro. Ma non andò così. Gennarino si dimostrò assai esperto: in realtà mi fece sì spingere ma solo per ficcare meglio. Anche se molto lentamente, Gennaro mi penetrò fino alla radice del cazzo, fino alle palle, ma non provai particolare dolore, anzi, quello scivolare infinito era godurioso. Mi pareva che un lungo serpente si facesse strada, senza sforzo, nelle mie viscere fino a toccarmi l’osso sacro, dandomi solo un lievissimo fastidio. Dopo qualche minuto lo scivolìo di mio cugino dentro di me continuò, lento e incalzante, senza crearmi più traumi. Quando capì che ero del tutto suo, m’indirizzò con le mani nella posizione che desiderava. Mi ritrovai di schiena, col cazzo ancora ficcato inesorabilmente in culo.

  • Sollevati un poco, - disse – che entra meglio... Ancora una volta lo accontenti, inarcandomi e rendendomi più disponibile al suo piacere. Era un leggero sollievo pensare che stavo facendo le cose meccanicamente, solo per liberarmi al più presto da quella oppressione. Probabilmente, mi dissi, il vero frocio è lui, che si accontenta di scopare suo cugino... Nonostante mi stesse inculando a sangue, ancora non ammettevo, né forse capivo, quanto ne stessi realmente godendo. Gennaro spinse il cazzo in me in tutti i modi immaginabili: svelto, lento; tutto dentro, tutto fuori... per poi rientrare di botto, riproponendomi senza intoppi la “cerimonia” della “spaccatura”. Finché mi calò addosso, con tutto il peso, e si dovette trattenere per grugnire piano, come una belva ferita, mentre, evidentemente, eiaculava in profondità.

4 - Solitudine e umiliazione.

Era notte fonda.
Gennaro se n’era andato nel suo letto, forse pentito della frociaggine che avevamo commesso. Io mi sentivo strano, sconquassato... il mio mondo si era rovesciato. Ero troppo piccolo per capire bene il sesso in sé, figuriamoci la depravazione dell’omosessualità. Non avevo voglia di venire, sebbene capissi che quella cosa che era accaduta doveva essere, in qualche modo, eccitante... eppure la mia reazione non era “normale”, come al solito, ecco.
Mi masturbavo già da un paio d’anni, certo, ma era la conseguenza di naturale arrizzamento: o durante il giorno avevo visto una scena eccitante, oppure, semplicemente, mi ero svegliato col pisello duro duro, che voleva “cacciare”.
L’ano non mi faceva realmente male ma lo sentivo indolenzito. Era una sensazione di “scompostezza”, non saprei spiegare. Come se qualcosa non fosse al suo posto, lo sentivo che era stato malmenato, posseduto, un “disordine” forse più psicologico che fisico; una specie di ribellione del corpo dovuta all’uso innaturale del mio culo.
Stanco e sopraffatto dagli eventi, cercai almeno di riposare, facendo attenzione a non cambiare posizione col terrore di perdere dal buchetto ciò che avevo ricevuto. Se avessi lasciato una sola traccia del misfatto, se qualcuno si fosse accorto dell’accaduto mi sarei sicuramente buttato giù da un precipizio. Mi avevano fatto fare una cosa da femmina, era assolutamente così!
Mi svegliai un po’ tardi. Mio cugino non c’era e sentivo il tintinnio tipico delle tazze e dei piattini; era ora di colazione.
Provai a girarmi, per alzarmi come al solito, ma una sensazione di rilassamento mai provata mi assalì al basso ventre. Ricordai tutto ciò che mi era successo e immediatamente fui lucido.
Per prima cosa, non avevo le mutandine, già questo mi fece arrossire come una collegiale; era evidente che Gennarino, dopo fatto il suo comodo, se ne strafotteva di me e della vergogna di cui mi aveva macchiato. Gli slip, infatti, erano caduti per terra, forse a causa dei “movimenti” della notte. Sperando di non incontrare problemi, raccolsi le mutande e, tenendomi una mano a coppa sotto il culo, saltellai rapido verso il gabinetto.
Solo quando chiusi la porta a chiave, ripresi a sentirmi più a mio agio.
Sedetti sul cesso a meditare; lì non avevo più preoccupazioni di essere scoperto, analizzato... Completamente sveglio, identificai finalmente la problematica per cui mi sentivo ancora così strano: mi resi conto che non ero più del tutto padrone del mio basso ventre, soprattutto del culetto. Era come se avessi perso controllo e sensibilità sul mio buchetto. Non sapevo più se era tornato integro, se era chiuso come prima... e se non lo era (come mi pareva) sarei mai tornato normale?
A quel punto emisi involontariamente, una scarica liquida che si riversò rumorosamente nel water. Mi feci coraggio e guardai: non era cacca, era della roba liquida, trasparente con delle piccole venature rosse. Era il mio sangue, ne ero sicuro. Sedetti di nuovo, mi toccai il buco con le dita e poi ci guardai, erano bianche. Le odorai e mi sentii deflorato fino nell’anima. Quella roba aveva lo stesso odore del mio sperma, ma non era mia! Mio cugino, più grande me, l’aveva depositata dentro, profanandomi il corpo, marchiandomi a sangue e trasformandomi in una cosa sua. Pensieri assurdi che non riuscivo a scacciare dalla mia testa.
Comincia a fare la cacca, senza ulteriori fastidi, intanto pensavo a come andare via da quella casa dove era stato commesso il misfatto!
Cosa avrei detto a mamma? La verità? Mai, meglio morire che confessare cosa mi avevano fatto! Rotta, come una figlia femminuccia. Più tardi mi calmai, feci colazione. Scesi a mare con calma. Quando arrivai in spiaggia il mondo non era cambiato, non c’era alcuna apocalisse e tutto filò liscio, piacevole e normale come al solito, come se niente fosse stato.
Solo nel primo pomeriggio, me ne stavo in piedi sulla battigia, guardando i ragazzini che giocavano tra le onde, quando ebbi la sensazione di aver voglia di scoreggiare. Provai a trattenerla ma, come se fosse troppo tardi, mi uscì senza controllo.
Qualcosa di strano si palesò dietro di me; quando la “roba” uscita si raffreddò per la brezza, sentii il suo peso nel costume e divenni rosso, forse addirittura viole: mi ero cagato addosso. Il mio costumino rosso doveva essere adesso del tutto pieno di merda. Volevo sparire!
Mi guardai cautamente intorno, nessuno faceva caso a me e, da me, non sembrava provenire alcun odore sgradevole. Improvvisando una pantomima poco credibile, feci in modo di riuscire a bagnarmi il dito con la “roba”, per capire. Ma quando lo osservai rimasi di stucco, non era sporco di cacca, ma umidiccio di crema trasparente come vaselina, inodore. Di sicuro non era nemmeno sburro; mi affrettai a entrare in acqua e feci in modo di pulirmi in fretta, per non essere scoperto.
Me ne stetti un po’ in disparte tutto il giorno. Gennarino sembrava imbarazzato, quasi quanto me, non ci rivolgemmo la parola. A cena mia zia mi chiese se mi sentivo bene.
Quando mi misi a letto, posi un cuscino alle mie spalle, come per dire: zona “off limits!”; mio cugino si mise nel suo letto e non parlammo di niente. La notte passò senza incidenti e il giorno dopo l’incubo era passato, non più l’indolenzimento al culetto e, dopo un attento controllo, il buco era tornato come prima. Forse ero addirittura nuovamente vergine... almeno lo sperai.
Anche al mare andò tutto bene. Però, nel pomeriggio, riposando sull’asciugamani, sentii montarmi dentro un’erezione potente: il mio biscottino reclamava attenzione, erano 2 giorni che non me lo facevo in mano. Con la circospezione imposta dalla mia timidezza, raggiunsi la cabina con una scusa; mi chiusi, sedetti sulla piccola panchina e iniziai a masturbarmi.
Quanta sorpresa provai... chiudendo gli occhi non mi apparivano più le immagini delle tette di mamma o delle mutandine della zia, la mia mente tornava ai tragici momenti passati con mio cugino, e me li riproponeva in una chiave del tutto diversa: ero tutto femmineo, sculettavo sulla spiaggia, il mio culo era sotto lo sguardo di tutti.
Quando mi fermavo vedevo qualcuno, mani forti e robuste che mi carezzavano, poi prendevano il palo dell’ombrellone e lo ficcavano dietro di me, sempre più in profondità. Io ero felice, desideravo essere aperto e, tutto sudato, venni copiosamente, nel cleenex che mi ero preparato.
Lunghi momenti di terrore e di vergogna, mentre camminavo per tornare a casa con i miei parenti. Ma quando la sera i brutti pensieri si erano dissipati, la voglia di essere scopato fece di nuovo capolino, in me. Capii che, probabilmente, non avevo scampo. Da quella notte non pensai più alla mia condizione. Ero cambiato, ero voglioso e mi abbandonai al destino. Gennarino lasciò il suo lettino e venne da me. Non avevo messo nessun cuscino a proteggermi, e lui aveva già preso il tappo con l’olio dalla cucina.
Mi venne sopra, mi penetrò abbastanza agevolmente e mi chiavò. Venne la prima volta, lo sentii bene, ma non uscì. Bloccato sotto di lui, spettammo insieme che la voglia gli tornasse, intanto il cazzo non si era particolarmente ammosciato e rimase immobile, ben piantato nel mio ano.
Quando si riprese, ricominciò a scopare fino a lasciarmi dentro una seconda sborrata. Lui si addormentò, io, servizievole, mi bloccai il culo con la manina e corsi in bagno, cercando di non gocciolare.
Una volta sul WC, mi liberai di tutto e tornai a letto. All’alba, mentre dormivo, Gennarino ebbe di nuovo voglia e mi fece ancora.
Mi svegliai che trafficava per entrarmi, per l’ennesima volta dietro ma non mi ribellai, lasciai fare, come se quello fosse il mio naturale destino. Venne ancora, poi torno nel suo letto e dormimmo fino a tardi, eravamo sfiniti. Il terzo giorno, non c’era in me nessuno spirito di ribellione, ormai. Il culo era indolenzito e sfiancato, ma questo mi dava gioia, non fastidio. Mi masturbai di nuovo in solitaria, accettando la mia nuova condizione, sperando che Gennarino mi facesse ancora e ancora e...
Mistero della perversione, pensai che la mia gioia sarebbe stata se lui, nell’intimità, mi facesse e mi parlasse, al femminile. Insomma, non pensavo a me come un ragazzo che lo prendeva in culo, ma a una femminuccia, con tutti i vezzi, le passioni e i desideri di una vera fanciulla in calore. Sarei stato la sua “fidanzata! Ecco cosa m’intrigava.

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